Il dibattito
Il fascismo eterno e il suo uso politico: rileggere Emilio Gentile per tornare alla storia
L'assolutizzazione del fascismo, che si ritrova in Eco e Canfora come in Scurati, è funzionale a un suo uso politico e ideologico e tradisce la lezione di Hannah Arendt sul passato come metafora morale. Gentile riporta il Ventennio alla categoria di fenomeno storico preciso
C’è una parola che continua a dominare il lessico politico europeo: fascismo. Riemerge continuamente, evocata per descrivere governi sovranisti, populismi, crisi della democrazia liberale, leadership carismatiche, pulsioni identitarie. Ma proprio questa inflazione lessicale ha finito per produrre un paradosso: più il termine viene utilizzato, meno sembra mantenere un significato storico preciso. Contro l’uso estensivo nel dibattito pubblico del concetto di fascismo, è utile ripartire da quanto ha scritto uno storico di professione come Emilio Gentile nel suo non recente saggio Chi è fascista. La domanda implicita del libro è semplice ma decisiva: chi può essere realmente definito fascista oggi? E soprattutto: ha ancora senso usare il termine fuori dal suo contesto storico originario?
Emilio Gentile, il fascismo come fenomeno storico
La posizione di Emilio Gentile è rigorosa. Il fascismo, nella sua interpretazione, non è una categoria psicologica eterna né una formula morale universale. È un fenomeno storico preciso, nato nell’Europa del primo dopoguerra, caratterizzato da elementi concreti: partito-milizia, mobilitazione totalitaria delle masse, culto del capo, mito della rigenerazione nazionale, sacralizzazione dello Stato, aspirazione alla costruzione di un uomo nuovo.
Questo significa che non ogni autoritarismo è fascismo, non ogni populismo è fascismo, non ogni nazionalismo è fascismo. Ed è precisamente qui che lo storico entra in collisione con una parte significativa della cultura politica contemporanea, incline invece a utilizzare il termine «fascista» come marchio morale assoluto, spesso sganciato dalla storia.
Il concetto di «postfascismo», oggi diffusissimo, nasce proprio da questa tendenza: il fascismo smette di essere un’esperienza storicamente delimitata e diventa una categoria elastica, adattabile ai fenomeni più diversi. Emilio Gentile tenta invece di riportare il discorso dentro i confini della storia.
Umberto Eco, il fascismo eterno
Del tutto opposta è la prospettiva di Umberto Eco espressa ne Il fascismo eterno. Il semiologo e scrittore non cerca una definizione storica del fascismo italiano. Cerca piuttosto di individuare una struttura culturale permanente: culto della tradizione, paura della differenza, anti-intellettualismo, ossessione identitaria, costruzione del nemico, populismo emotivo.
Per Eco esiste dunque un «Ur-fascismo», una possibilità sempre presente nelle società moderne. È una lettura suggestiva e politicamente molto influente. Ma presenta anche un rischio evidente: dissolvere il fascismo nella categoria generale dell’autoritarismo culturale. Se il fascismo diventa una disposizione eterna dell’animo collettivo, allora il termine perde progressivamente il proprio contenuto storico specifico e finisce per trasformarsi in un dispositivo morale universale. È esattamente ciò che uno storico come Emilio Gentile invita ad evitare.
Luciano Canfora, il fascismo come categoria permanente
Luciano Canfora nel suo recente Il fascismo non è mai morto si mostra inserito pienamente sulla scia di Eco, tra i fautori dell’estensione della categoria oltre il suo contesto storico originario. Nel suo approccio il fascismo tende infatti ad assumere il valore di paradigma negativo permanente della modernità politica: una possibilità sempre riattivabile dentro le crisi della democrazia liberale, nelle dinamiche del potere mediatico, nei nazionalismi contemporanei, nei processi di erosione delle istituzioni rappresentative.
È una lettura che, pur sofisticata sul piano intellettuale, contribuisce anch’essa a quella universalizzazione del fascismo che Emilio Gentile guarda con estrema cautela. Ma il punto forse più interessante emerge osservando l’asimmetria interpretativa che accompagna questa operazione culturale. Perché mentre il fascismo viene costantemente astratto dal proprio contesto storico e trasformato in categoria «metastorica» del male politico, il comunismo continua spesso a ricevere un trattamento completamente diverso.
Fascismo assoluto, comunismo relativo
Qui si apre probabilmente il nodo più delicato dell’intero dibattito novecentesco. Per il fascismo si è compiuta una universalizzazione negativa: il termine è diventato sinonimo generale del male politico moderno, indipendentemente dalla sua concreta configurazione storica. Per il comunismo, invece, larga parte della cultura occidentale continua a mantenere una distinzione tra ideale e applicazione storica.
Anche dopo il crollo dei regimi dell’Europa orientale, anche dopo le tragedie dello stalinismo, il comunismo viene frequentemente descritto come un’idea positiva corrotta dalla pratica, degenerata nella sua realizzazione concreta. È la formula classica dell’«ideale giusto applicato male». Ed è significativo che questa distinzione venga raramente concessa al fascismo. Nessuno sostiene infatti che il fascismo fosse «una buona idea degenerata». Per il comunismo, al contrario, questa riserva morale continua spesso a sopravvivere.
Ed è proprio qui che il parallelo con le riflessioni più recenti di Canfora diventa interessante. Perché accanto alla lettura del fascismo come minaccia permanente, emerge contemporaneamente — nei lavori dedicati al comunismo — una tendenza a preservare il nucleo ideale positivo dell’esperienza comunista, distinguendolo dai fallimenti storici e dalle sue degenerazioni autoritarie. Si produce così una evidente asimmetria culturale: il fascismo viene assolutizzato come male eterno; il comunismo relativizzato come ideale tradito.
Categorie politiche a geometria variabile
Questa doppia misura emerge chiaramente anche nel modo in cui vengono interpretati i fenomeni politici contemporanei.
Il potere di Vladimir Putin viene spesso descritto attraverso categorie derivate dal fascismo: nazionalismo aggressivo, culto della potenza, autoritarismo identitario. Quando però il discorso torna all’esperienza sovietica e a Joseph Stalin, ricompare frequentemente la distinzione attenuante tra idea e degenerazione storica: il comunismo sarebbe stato tradito dalla sua concreta applicazione.
Questa divergenza interpretativa non è neutrale. Rivela piuttosto un preciso orientamento culturale e politico. Il fascismo continua a rappresentare il nemico assoluto necessario alla legittimazione morale dell’Occidente contemporaneo; il comunismo conserva invece, almeno in parte, lo statuto di utopia fallita ma teoricamente riscattabile. Ed è difficile non vedere, in questa differenza di trattamento, una funzione eminentemente politica.
Scurati o della trasformazione narrativa
Dentro questo clima culturale si comprende anche il successo di Antonio Scurati e della saga inaugurata da M. Il figlio del secolo. Scurati ha riportato il fascismo al centro dell’immaginario collettivo italiano. Ma il suo lavoro appartiene soprattutto alla dimensione del grande romanzo morale nazionale. La storia, nella sua costruzione narrativa, tende spesso a diventare materiale drammatico ed epico. Il fascismo si trasforma così nella rappresentazione assoluta del male politico moderno, dentro una costruzione inevitabilmente teatrale e fortemente moralizzata.
È un’operazione letteraria legittima, ma molto distante dal lavoro storiografico di Emilio Gentile o di Renzo De Felice, entrambi interessati a comprendere il fascismo come fenomeno storico concreto, non come allegoria permanente del presente.
Hannah Arendt, la storia come metafora
Anche Hannah Arendt aveva colto un problema simile: ogni volta che il passato viene trasformato in metafora morale permanente, la storia smette di essere compresa e diventa strumento ideologico. Le categorie politiche del Novecento finiscono così per essere usate selettivamente: alcune vengono assolutizzate come incarnazioni eterne del male, altre preservate nella loro intenzione ideale originaria. È precisamente questa asimmetria che Gentile, pur indirettamente, contribuisce a mettere in discussione.
Lasciare il fascismo alla storia
La forza di Chi è fascista sta allora soprattutto nella sua sobrietà metodologica. Emilio Gentile non assolve il fascismo. Non lo minimizza. Non ne attenua la natura totalitaria. Fa però qualcosa che oggi sembra quasi scandaloso: tenta di storicizzarlo. E storicizzare significa sottrarre il fascismo alla dimensione della categoria morale eterna. Forse è proprio questo il punto più difficile da accettare nel dibattito contemporaneo: l’idea che il fascismo debba essere lasciato alla storia, studiato per ciò che fu realmente, senza trasformarlo in una formula universale utile a definire ogni avversario politico del presente.
Perché quando una categoria storica diventa uno strumento polemico assoluto, il rischio non è soltanto l’impoverimento del dibattito pubblico. È anche la perdita della storia stessa. E senza storia rimangono soltanto mitologie contrapposte: il fascismo come male eterno e il comunismo come utopia tradita. Due narrazioni speculari che forse raccontano più dell’immaginario politico contemporaneo che del Novecento reale.
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