L'analisi
Immigrazione di massa e welfare: ecco come e perché non si tengono insieme
Il punto non è stabilire se l’immigrazione sia in astratto positiva o negativa, ma riconoscere che la sua sostenibilità dipende dal contesto istituzionale
Il rapporto tra immigrazione e welfare è uno dei punti più critici – e meno affrontati con rigore – nel dibattito pubblico europeo. Non si tratta di una questione morale o ideologica, ma di un problema di struttura economica e istituzionale. I sistemi di welfare europei, soprattutto quelli del Nord, sono costruiti su un equilibrio delicato: alta tassazione, ampia redistribuzione e forte coesione sociale. Quando questo equilibrio viene sottoposto a pressioni demografiche rapide e consistenti, come nel caso dell’immigrazione di massa, emergono tensioni difficili da gestire. Il caso della Danimarca è emblematico perché mostra come anche una delle società più aperte e avanzate abbia progressivamente cambiato approccio.
Nel corso degli ultimi quarant’anni, la quota di residenti immigrati o figli di immigrati è cresciuta di oltre cinque volte, mentre la crisi del 2015 ha accelerato ulteriormente i flussi verso i paesi più ricchi del Nord Europa. In un sistema dove la spesa pubblica è tra le più elevate al mondo e dove i cittadini contribuiscono con livelli di tassazione molto alti aspettandosi servizi universali di qualità, anche variazioni relativamente rapide nella composizione della popolazione producono effetti rilevanti. Non è un caso che proprio i Socialdemocratici danesi abbiano progressivamente sostenuto politiche migratorie restrittive, motivandole con la necessità di preservare la sostenibilità del welfare e la coesione sociale. Il punto centrale non è tanto il singolo migrante, ma la scala del fenomeno: un sistema costruito per redistribuire tra cittadini con livelli di reddito relativamente omogenei fatica ad assorbire grandi numeri di nuovi ingressi con livelli medi di reddito più bassi.
La questione diventa ancora più evidente se si confronta il modello europeo con quello statunitense. Negli Stati Uniti, il welfare esiste ed è tutt’altro che marginale – nel 2023 la spesa complessiva per programmi assistenziali e previdenziali ha raggiunto circa 3,4 trilioni di dollari – ma è strutturato in modo diverso: meno universalistico, più selettivo e con accesso più limitato per i non cittadini. I dati mostrano che gli immigrati rappresentano circa il 14,8% della popolazione, ma assorbono solo il 10,4% della spesa per welfare e programmi di assistenza. In termini pro capite, consumano circa il 24% in meno rispetto ai nativi, con una differenza ancora più marcata per i non cittadini, che utilizzano circa il 53% in meno. Questo non avviene perché gli immigrati siano intrinsecamente meno propensi a utilizzare il welfare, ma perché il sistema americano ne limita fortemente l’accesso e perché la selezione migratoria è orientata verso individui in età lavorativa.
Inoltre, gran parte della spesa pubblica negli Stati Uniti è concentrata su programmi legati all’età, come pensioni e sanità per anziani, che naturalmente riguardano di più la popolazione nativa, mediamente più anziana. Questa differenza strutturale è cruciale. In un sistema a basso welfare, l’immigrazione tende a essere fiscalmente sostenibile perché i nuovi arrivati contribuiscono al mercato del lavoro senza accedere immediatamente – o pienamente – ai benefici redistributivi. In un sistema ad alto welfare, invece, il meccanismo si inverte: l’ingresso di popolazione con redditi medi più bassi aumenta la pressione sulla spesa pubblica proprio nei segmenti più sensibili, come assistenza, istruzione e sanità. Anche quando il saldo fiscale individuale degli immigrati non è immediatamente negativo, l’effetto aggregato su larga scala può diventare problematico, soprattutto in presenza di crescita economica debole e invecchiamento della popolazione.
È in questo contesto che si comprende la svolta politica di molti paesi europei, spesso guidata non dalla destra radicale ma da forze di centro-sinistra. L’idea che emerge è che il welfare state, per funzionare, richiede un certo grado di omogeneità economica e culturale e una crescita demografica relativamente prevedibile. Quando questi elementi vengono meno, il rischio non è solo finanziario ma anche sociale: percezioni di ingiustizia distributiva, competizione per risorse pubbliche e tensioni nelle comunità locali. Non a caso, in Danimarca si è parlato apertamente di necessità di ridurre gli incentivi all’immigrazione e di limitare l’accesso ai benefici, fino a ipotizzare politiche di “zero richiedenti asilo”.
Il punto, quindi, non è stabilire se l’immigrazione sia in astratto positiva o negativa, ma riconoscere che la sua sostenibilità dipende dal contesto istituzionale. Il modello americano dimostra che flussi migratori significativi possono essere compatibili con un sistema economico dinamico, ma a condizione che il welfare sia limitato e selettivo. Il modello europeo, al contrario, mostra che un welfare ampio e generoso entra inevitabilmente in tensione con l’immigrazione di massa, a meno di profonde riforme che riducano la portata della redistribuzione o restringano l’accesso ai benefici. In assenza di queste correzioni, la combinazione tra alta spesa sociale e flussi migratori elevati rischia di diventare strutturalmente instabile.