Il consenso gira a destra
L’Europa è di destra o non è: la sinistra è incapace di governare. In Romania l’esempio
La rottura di Bucarest racconta una tendenza europea: i cordoni sanitari cedono, le destre avanzano. Dai Est a Ovest, le coalizioni progressiste faticano a reggere il peso del governo
A Bucarest il governo non cade: si sgretola. A meno di un anno dall’insediamento, la coalizione di sinistra rivela già le crepe di un’alleanza costruita per addizione — sul modello del cosiddetto “campo largo” italiano — più che per una reale capacità di governo. Dopo settimane di tensioni, il partito socialdemocratico ha ritirato il sostegno politico al governo lunedì 20 aprile, lasciando il premier Ilie Bolojan senza una maggioranza effettiva. Due giorni dopo, sei ministri socialdemocratici e il vicepremier hanno presentato le dimissioni.
In Romania sta cambiando il vento
La coalizione, di cui fanno parte socialisti, liberali, progressisti e rappresentanza della minoranza ungherese, era stata costruita per dare stabilità al Paese. Nei fatti, si è rivelata la consueta ammucchiata: larga, tattica, tenuta insieme solo dalla volontà di escludere la destra guidata da George Simion. Il primo vero urto, quello sui conti pubblici e sulle misure per contenere il deficit, è bastato a far saltare l’equilibrio.
Venerdì sera il presidente Nicușor Dan ha firmato le dimissioni e accettato le nuove proposte di ministri avanzate da Bolojan. Una soluzione tecnica per evitare il vuoto istituzionale, non una risposta politica alla crisi.
La mossa di Aur
Nel vuoto aperto dalla maggioranza torna così al centro della scena il leader di Aur. Il partito conservatore ha infatti annunciato una mozione di sfiducia prevista all’inizio di maggio. E questa, potrebbe diventare la vera débâcle dell’esecutivo.
«Aur farà tutto ciò che è in suo potere per far cadere questo governo, che ha rovinato la nostra economia», dichiara George Simion alle penne del Secolo.
La soglia costituzionale è di 232 voti. Se i socialdemocratici voteranno insieme ad Aur, la mozione passerà. «Molto presto vedremo chi vuole davvero e agisce per un cambiamento profondo nella nostra società e chi invece prende in giro e mente al popolo rumeno», avverte ancora la guida di Aur.
Il quadro europeo
Insomma, lo scenario si fa caldo. Eppure, la Romania non è un’anomalia. È un tassello di una mappa che cambia. In Italia, Giorgia Meloni governa stabilmente dentro il perimetro europeo. In Polonia, la presidenza di Karol Nawrocki ha riaperto un confronto istituzionale con un esecutivo di segno opposto. In Ungheria, la fase successiva a Viktor Orbán mostra una ridefinizione del campo conservatore più che una sua marginalizzazione.
Il punto non è soltanto l’avanzata delle destre, ma il logoramento delle formule costruite per contenerle. I cordoni sanitari funzionano finché i numeri lo consentono. Quando il consenso si sposta, diventano strumenti sempre più fragili.
Una sinistra incapace di governare
Le coalizioni progressiste europee scontano una difficoltà crescente: promettono stabilità, ma si inceppano davanti alle decisioni più costose. In Romania è accaduto sul deficit e sulla gestione della spesa pubblica. Sembra ieri, vedere lo stesso accadere nella Francia “macroniana”. Nel Regno Unito poi, il governo guidato da Keir Starmer si confronta con margini fiscali ridotti e pressioni sociali elevate.
Il dato strutturale è chiaro: inflazione, conti pubblici e sicurezza sociale stanno ridisegnando le scelte. E quando una maggioranza nasce per escludere qualcuno più che per governare insieme, il primo impatto con la realtà tende a trasformarsi in crisi.