Finti bipolaristi
Governare vincendo quasi mai: esegesi della sinistra in Italia
Il “pareggio” alle elezioni, cioè il pantano politico, l’incertezza, l’esito astratto, requisito per un governo di larghe intese, tecnocratico e calato dall’alto, è un risultato che la sinistra tradizionalmente gradisce molto
Trent’anni fa, il 21 aprile 1996, avvenne un fatto ancora oggi unico nella storia d’Italia dal secondo dopoguerra in poi: la sinistra vinse in modo piuttosto limpido le elezioni politiche. L’Ulivo di Prodi, tipico coacervo catto-comunista, si impose sul Polo delle Libertà, prendendo il 43,39 per cento di voti alla Camera e il 44,60 per cento al Senato contro, rispettivamente, il 42,07 e il 37,35 per cento del centrodestra. È vero che il risultato venne replicato dieci anni dopo, sempre in aprile, ma quella successiva vittoria fu risicatissima, tanto che la maggioranza che ne scaturì fu instabile e il governo, sempre guidato da Romano Prodi, ebbe vita relativamente breve.
Da Fanfani e Moro a Conte e Draghi
Questo dato storico suggerisce una riflessione: in Italia il centrosinistra come formula di alleanza politica nasce in modo organico il 5 dicembre 1963 attraverso la sinergia, guidata da Aldo Moro, tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano, ma la sua fase embrionale era già iniziata l’anno prima, il 1962, nel governo guidato da Amintore Fanfani con la partecipazione di Democrazia Cristiana, Partito Socialista Democratico Italiano e Partito Repubblicano Italiano con l’astensione benevola del Partito Socialista Italiano. Ebbene, dall’inizio degli anni ’60, cioè dalla sua genesi, il centrosinistra ha fatto parte di numerosi governi italiani – gli ultimi il Conte II e il Draghi – nonostante in questo lasso di tempo abbia ricevuto un netto mandato elettorale una sola volta, due se ammettiamo anche la vittoria stentata del 2006. Per altro va ricordato, benché si tratti di un aspetto accessorio, che la vittoria dell’Ulivo nel 1996 fu dovuta alla divisione del centrodestra maturata dopo lo strappo della Lega Nord di Umberto Bossi sette mesi dopo il giuramento, nel 1994, del primo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi.
Il “partito radicale di massa” sempre al potere
Si possono allora elaborare due considerazioni: la prima è che esiste, di fatto, una discrepanza tra egemonia culturale della sinistra e la sua investitura nelle urne; la seconda è che la sinistra è molto avvezza a governare senza ricevere delega popolare. Vero è che dai primi anni ‘60 il centrosinistra, almeno nella forma, è mutato, soprattutto a seguito della caduta del Muro di Berlino che imbeccò l’ingresso dei post-comunisti nell’alleanza. Ma la capacità di questa formula politica di aggrapparsi alle poltrone di palazzo Chigi è sbalorditiva. Il “partito radicale di massa”, per mutuare una fortunata definizione che diede della sinistra negli anni ‘70 Augusto Del Noce, è stato una costante negli esecutivi che si sono avvicendati in Italia. La forza centrifuga che esercita sulla sinistra il potere dovrebbe far scaturire allora una riflessione, anche in prospettiva di un futuro non molto lontano. Il “pareggio” alle elezioni, cioè il pantano politico, l’incertezza, l’esito astratto, requisito per un governo di larghe intese, tecnocratico e calato dall’alto, è un risultato che la sinistra tradizionalmente gradisce molto. Occorre ricordare che l’Ulivo, a parte l’eccezione del 2006, di solito affonda le radici nei giochi di Palazzo.