Il libro
Enrico Pedenovi: 50 anni dopo il suo assassinio è ancora un “Testimone di libertà”
Il saggio di Guido Giraudo e Luca Bonanno racconta chi era il consigliere provinciale di Milano ucciso dai terroristi rossi e il clima che si respirava in quegli anni. Il Secolo ne ha parlato con Frassinetti e Fidanza, tra ricordi personali e riflessioni sul valore della memoria
Chiedimi chi era Enrico Pedenovi. Una domanda semplice, presa in prestito dagli Stadio (a loro bisognava domandare dei Beatles), per raccontare una vicenda lunga 50 anni. La mattina del 29 aprile 1976, un anno esatto dopo la morte di Sergio Ramelli, Pedenovi consigliere provinciale milanese del Movimento sociale italiano compie la sua solita routine. Auto, giornali e via verso il lavoro di avvocato. Ma ad aspettarlo, all’angolo della morte, c’è un commando di ex Lotta Continua che poi fonderanno Prima Linea. Anzi quello sarà il battesimo di fuoco di PL. C’è l’antifascismo militante, ci sono i proiettili con scritto sopra il nome di Enrico.
“Enrico Pedenovi. Testimone di libertà”
Milano, così, si ritrova ancora coperta di sangue. Sangue missino sparso sulle strade, la vita sul selciato di quei «figli di stronza», citando Carlo Mazzantini, che dovevano essere colpiti senza posa, senza pietà per aver scelto la parte degli esuli in patria, o meglio la patria dei vinti. Per raccontare quegli umori, quegli uomini, quelle donne e quei giorni Guido Giraudo e Luca Bonanno hanno scritto per Idrovolante edizioni Enrico Pedenovi. Testimone di libertà (190 pp.; 15,00€). Lo hanno fatto con l’ausilio delle figlie, Giovanna e Beatrice, e con la prefazione del Presidente del Senato Ignazio La Russa.
La storia di un seme che continua a germogliare
Marzio Tremaglia, scomparso in questi giorni d’aprile nel 2000, ricordando l’esempio di Pedenovi scriveva che esiste «una dimensione etica della vita che si riassume nel senso dell’onore, nel rispetto fondamentale verso sé stessi, nel rifiuto del compromesso sistematico e nella certezza che esistono beni superiori alla vita e alla libertà per i quali, a volte, è giusto sacrificare vita e libertà». Potrebbe sembrare, l’ennesimo, racconto mortifero della destra italiana. E invece la vicenda del primo appartenente alle istituzioni ucciso dal terrorismo rosso, vicenda mai abbastanza raccontata, è la storia di un seme che continua a germogliare.
La lista dei “fascisti” da colpire
Per dare contezza del clima Lotta Continua, l’11 giugno 1975, diffondeva un opuscolo dal titolo Pagherete tutto. Dentro una lista di fascisti da colpire. La foto numero 11 è quella di Enrico Pedenovi e leggendo le parole, contenute nel libello, troviamo la sorte del consigliere missino. «Mentre scriviamo le ultime righe di questo opuscolo», vergano quelli di LC, «la campagna elettorale è giunta alla sua fase conclusiva. Sono ormai numerosissimi i comizi missini impediti con la forza da migliaia di compagni in tutta Italia, così come sono molti i candidati nelle file fasciste che avranno per un buon numero di giorni difficoltà a sedersi nei pochi seggi che saranno riusciti a conquistare». Una vera e propria dichiarazione d’intenti.
Chi era Enrico Pedenovi
E mentre in questi giorni infuriano le polemiche attorno alle parole di La Russa, sul ricordo dei caduti del fascismo repubblicano di Salò, diventa una prece il ricordo di Pedenovi. Lui nato a Pavia il 2 settembre di 100 anni fa, dopo l’8 settembre del 1943 a 18 anni scelse la Repubblica sociale italiana. Una scelta d’impostazione morale, di un’educazione fatta di coerenza. «Enrico non andò a fare la guerra per cercare la bella morte, andò per difendere l’onore dell’Italia, l’onore degli italiani, anche e soprattutto di quelli che – ancora una volta – rimanevano in attesa dietro le finestre di casa», con queste parole lo celebrò Dario Vermi – colui che prese il posto dell’avvocato in consiglio provinciale – durante la commemorazione del 29 aprile 2001. Poi? Poi completò gli studi laureandosi nel 1948 con una tesi dal titolo La pubblicazione civile del matrimonio canonico con effetti civili. Divenne avvocato e il 27 ottobre 1956 prese la tessera del Movimento sociale italiano.
La vicenda giudiziaria
Ma chi colpì Pedenovi? Il perché lo abbiamo capito, per le sue scelte. Una messa in fila all’altra. Furono Enrico Galmozzi (condannato a 27 anni di reclusione) e Giovanni Stefan (ergastolo, ma latitante) gli esecutori materiali dell’omicidio, mentre Bruno La Ronga (29 anni di condanna) venne ritenuto responsabile di essere l’autista del gruppo e Piero Del Giudice, dopo essere stato considerato l’organizzatore dell’assassinio, il 7 marzo 1986, venne assolto in via definitiva.
Il ricordo di Paola Frassinetti
Il sottosegretario al ministero dell’istruzione e del merito, Paola Frassinetti, era lì in quegli anni a Milano. «Frequentavo il Fronte della gioventù e conobbi Enrico, avevamo grande rispetto delle persone più grandi di noi. Anche perché avevano affrontato la guerra». Cosa ricorda di Pedenovi? «La gentilezza soprattutto, aveva il piacere di raccontare a noi giovani gli episodi della sua vita. Anch’io, poi, sono diventata consigliere provinciale e ho seduto negli stessi banchi di Enrico. Tutti lì ne parlavano come di una persona competente e capace».
Cosa ricorda di quel 29 aprile? «La zona era pattugliata da gruppettari della sinistra extraparlamentare e non è stato possibile, nelle ore successive all’omicidio, portare un fiore dove è stato ammazzato Enrico. Rammento, inoltre, che i compagni ci fotografarono il giorno del funerale per schedarci. Fino all’ultimo si respirava un clima plumbeo e di sopraffazione». Il ricordo di Pedenovi è passato di generazione in generazione.
La riflessione di Fidanza
Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, è nato proprio nel 1976. Ma ci rammenta come «Enrico Pedenovi è ancora oggi un vivo esempio di impegno e libertà. Uomo delle istituzioni e militante disinteressato, ha fatto della politica la sua vocazione rimanendo fedele alle sue idee, in un tempo in cui scegliere e schierarsi a destra poteva costare la vita. La sua vita e il suo assassinio ci ricordano ogni anno quanto sia fragile la libertà quando l’odio prende il sopravvento». Oggi, quindi, è ancora doveroso il gesto della memoria? «Anche in quest’epoca, in cui l’odio politico e la violenza dell’antifascismo militante stanno tornando tristemente alla ribalta, commemorare Enrico significa lottare affinché certe barbarie non accadano mai più». Cosa resta di Pedenovi, mentre i giorni scorrono via. La sua testimonianza di libertà e di dovere.