Occasione perduta
Referendum, la scelta di Monti: il mio voto dipende dai rapporti Meloni-Trump. Ma che c’entra?
In lontananza, distante dal campo che vede schierati sulla giustizia il fronte del sì e quello del no, che non risparmia colpi bassi (slogan e notizie bufala), si staglia la silhouette di Mario Monti, resta alla finestra. Come voterà l’ex premier, modello di sobrietà, esimio economista, già commissario europeo? In collegamento con Otto e Mezzo nella puntata di lunedì dà una risposta esilarante. Non proprio in linea con il suo profilo. Una risposta degna dei compagni militanti che votano no nella speranza, piuttosto inverosimile, di dare la spallata al governo.
Monti: voterò sì se Meloni prende le distanze da Trump
“Nel mio piccolissimo orientamento di voto ho dato una scadenza a Giorgia Meloni“. Questa la premessa, che ha il tono di un ultimatum alla premier. “Ci sono ancora delle occasioni per dimostrare se prende seriamente le distanze (da Trump, ndr). Quello avrà un peso nel determinare il mio punto di vista”. Il sottotesto è chiaro: Monti potrebbe votare sì in caso di rottura della presidente del Consiglio con la Casa Bianca. Ma che cosa c’entra con la riforma del pianeta giustizia? Dall’ex premier ci si sarebbe aspettato un ragionamento leggermente più articolato e aderente al tema. Trattasi di una consultazione popolare in cui si è chiamati a esprimere un giudizio sulla riforma Nordio approvata dal Parlamento. Sulla separazione delle carriere e il sorteggio dei membri del Csm per scardinare la logica delle correnti. E Monti dovrebbe saperlo bene. La politica estera, il posizionamento internazionale dell’Italia non sono coinvolti. Con la sua risposta furbetta a Lilli Gruber l’ex presidente del Consiglio si accoda alla lettura strumentale dei grandi oppositori alla riforma, dei paladini dello status quo. Se Saviano incolpa i sostenitori dei sì di essere complici della mafia, se al Nazareno l’ordine di scuderia è votare no per mandare a casa Meloni, per Monti il voto dipenderà dalla posizioni della premier nei confronti del presidente Usa. Ma che c’entra?