Mai dire Jamòn
Prosciutto vietato nelle scuole per non urtare i musulmani: il premier Sánchez ora punta sul menù halal
E così la rivoluzione culturale passa dal vassoio della mensa. Non dai confini, non dalle leggi costituzionali, ma dal piatto di uno scolaro. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha capito che per cambiare un Paese non serve dichiararlo: basta cuocerlo a fuoco lento, abituare il palato, riscrivere le consuetudini e chiamare il tutto “coesistenza”. Oggi è il menù halal, domani sarà il resto, perché ogni normalizzazione comincia sempre da ciò che sembra innocuo.
La norma che allarga il perimetro
In Spagna l’ideologia non bussa più alla porta: entra in cucina, firma i capitolati d’appalto e si presenta come rispetto della diversità. Il progetto di legge sulla “promozione di un’alimentazione sana e sostenibile” non è un dettaglio tecnico, ma una cornice vincolante che ridisegna il rapporto tra Stato, cultura e identità. La normativa interesserà tutti i contratti di servizio e le concessioni relative al settore della ristorazione, compresi quelli di distribuzione automatica di alimenti e bevande. Un perimetro ampio, studiato per non lasciare zone franche.
L’inclusione resa obbligo
Il principio dichiarato è, al solito, il rispetto della “diversità etica, culturale e religiosa”. La traduzione pratica è l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di offrire alternative alimentari conformi a credenze estranee a quelle europee, senza costi aggiuntivi per gli utenti. Tra queste, i menù halal assumono un ruolo strutturale. Non una possibilità su richiesta, ma un parametro incorporato nel sistema.
Ceuta come laboratorio
Il ministero per le Politiche sociali e dell’Agenda 2030, presieduto da Pablo Bustinduy del partito radicale Sumar, ha sottoposto il testo a consultazione pubblica dopo averlo ultimato lo scorso dicembre. La direzione, tuttavia, era già stata tracciata. Nel 2024 il ministero dell’Istruzione, allora guidato da Pilar Alegría, aveva stanziato 314.000 euro per la fornitura di menù per la mensa scolastica in sei scuole di Ceuta: 127.750 pasti halal in un anno per 730 studenti beneficiari di borse di studio. Il capitolato d’appalto stabiliva espressamente che tutta la carne doveva essere halal e che era vietato l’uso di carne di maiale.
La reazione politica e il malessere diffuso
Vox protestò, affermando che il governo stava creando «menù su misura per una religione specifica» nelle scuole pubbliche e finanziandoli con denaro pubblico. Le reazioni non si fermarono ai partiti. Sui social l’iniziativa fu accolta con ostilità. «Adesso ci costringeranno anche a pregare sul Corano», scrisse un utente, si legge su La Verità. Un altro denunciò: «Sánchez sta svendendo le istituzioni all’islamismo. Una resa culturale senza precedenti». E ancora: «Vorrà dire che andremo in Marocco a pretendere che in scuole e ospedali ci servano jamón ibérico español».
Pressioni organizzate e agenda esplicita
Molti osservatori hanno letto queste mosse come un tentativo di spostare l’attenzione da problemi ben più gravi che attraversano il Paese, compresi gli scandali riguardante il premier socialista e tutta la sua cerchia. Il contesto, del resto, è tutt’altro che neutro. Nel gennaio 2025 la Commissione islamica di Spagna ha presentato un rapporto in cui chiedeva al governo di introdurre menù halal in tutti i centri educativi e di rendere obbligatorio l’uso del velo islamico nelle scuole pubbliche e private. Sánchez ha pensato bene di assecondarli.
Un interlocutore finanziato dallo Stato
Secondo i dati del Sistema nazionale di pubblicazione dei sussidi e degli aiuti pubblici, questa entità ha ricevuto dal 2021 oltre 1,7 milioni di euro in sovvenzioni a fondo perduto. È l’organizzazione che rappresenta ufficialmente la comunità musulmana: certifica insegnanti di religione islamica, fornisce orientamento religioso, registra imam nel registro dei ministri del culto e rilascia documenti per l’acquisto di immobili destinati a moschee. Un interlocutore strutturato, finanziato, ascoltato.
Oltre il menù, la questione dell’identità
Il nodo non è l’esistenza di una pluralità religiosa. È la scelta dello Stato di assumere una specifica istanza confessionale come criterio regolatore dello spazio pubblico. Quando la scuola diventa il laboratorio di questa trasformazione, la questione non riguarda più la dieta, ma l’identità. E quando tutto viene presentato come inevitabile, il dibattito è già stato chiuso prima ancora di cominciare.