Il 25 aprile che l’Anpi non vi racconta: storia di Facio, il partigiano fucilato dagli antifascisti

24 Apr 2024 13:15 - di Mario Campanella
Facio, Dante Castellucci

Ci sono stati antifascisti veri e di grande valore umano che hanno dovuto sopportare l’umiliazione di essere accusati di fatti inesistenti, di essere uccisi dai loro stessi compagni, dando la colpa al nemico nazista. La storia incredibile del comandante Facio, alias Dante Castellucci, arriva dalla Calabria.

Precisamente da un paesino in provincia di Cosenza, Sant’Agata d’Esaro, dove Dante Castellucci nasce nel 1920. Emigra in Francia con i familiari e rientra dopo l’inizio della seconda guerra aggregandosi ai fratelli Cervi di cui diventa un fedele collaboratore. Si contraddistingue per azioni di coraggio nella Resistenza al punto di meritare il soprannome di “Facio”.

Nel 1943 deve già sopportare le inquisizioni di alcuni comandi partigiani che lo accusano, ingiustamente, di essere un delatore collaborazionista. Subisce processi interni dai quali esce assolto ma nel 1944 il clima di violenza all’interno dei gruppi partigiani non lo risparmia. Stavolta viene accusato di avere rubato dei rifornimenti alleati ( un paracadute) e a nulla servono le sue dichiarazioni di innocenza. Il comandante Facio viene fucilato il 22 luglio del 1944 da una brigata partigiana guidata da Antonio Cabrelli, il comandante “Salvatore”, che era stato fascista attivo durante il regime salvo poi diventare una punta di diamante del mondo partigiano. Le accuse di furto si riveleranno ovviamente false. La morte di Castellucci viene arbitrariamente addebitata ai nazisti per coprire la magagna di una violenza interna e feroce.

Il partigiano Facio e la storia che doveva rimanere nascosta

Laura Seghettini, sua compagna di vita, racconta che Dante morì al grido di “W l’Italia”. Ma la pagina più buia arriverà nel dopoguerra. Seghettini contatta i dirigenti del PCI per restituire l’onore a Facio e per incriminare Cabrelli ma trova un muro di gomma. Giorgio Amendola le dice chiaramente che non ci sono prove per incriminare Cabrelli. Il comandante Salvatore, responsabile della morte di Castellucci, muore a sua volta in un incidente stradale in compagnia di una donna che risulterà un’ex spia dell’Ovra. A Castellucci viene assegnata nel 1963 la medaglia d’argento al valore ma mai la medaglia d’oro che ancora oggi, come evidenziato da un articolo de Il Corriere della Calabria, molti storici chiedono. Un antifascista vero, ucciso da antifascisti militanti ed ex fascisti, mascariato e vilipeso anche dopo la morte. Una triste storia italiana.

 

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