Da Kiev a Gaza, il Papa invoca la pace con il coraggio del negoziato: perché accordarsi non è mai una resa

9 Mar 2024 20:38 - di Redazione
Papa

Il Papa chiede un passo indietro all’Ucraina in nome della salvezza del suo popolo. Un gesto di coraggio, quello invocato dal Pontefice, perché «è più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare. Oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali». E ancora, insistendo sulla forza d’animo necessaria per arrivare a un’intesa che ponga fine alla guerra, e decreti l’agognata pace, il Santo Padre incalza: «La parola negoziare è coraggiosa. Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà? Negoziare in tempo, cercare qualche Paese che faccia da mediatore».

Il Papa esorta alla pace da raggiungere col coraggio di negoziare

Parole che lasciano il segno, e che il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni precisa e circostanzia. «Il Santo Padre usa il termine bandiera bianca, e risponde riprendendo l’immagine proposta dall’intervistatore, per indicare con essa la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato. Altrove nell’intervista, parlando di un’altra situazione di conflitto, ma riferendosi a ogni situazione di guerra, il Papa afferma chiaramente: «Il negoziato non è mai una resa». Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni puntualizza così un passaggio dell’intervista di Papa Francesco alla Radio Tv Svizzera. «L’auspicio del Pontefice – continua Bruni – resta quello sempre ripetuto in questi anni, e ripetuto recentemente in occasione del secondo anniversario del conflitto: “Mentre rinnovo il mio vivissimo affetto al martoriato popolo ucraino e prego per tutti, in particolare per le numerosissime vittime innocenti, supplico che si ritrovi quel po’ di umanità che permetta di creare le condizioni di una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura“».

«Si ritrovi quel po’ di umanità che permetta di creare le condizioni di una soluzione diplomatica»

A due anni esatti dall’inizio delle ostilità, dalla tragica invasione russa con cui è cominciato tutto, il Papa interviene alla Radiotelevisione svizzera e si cimenta in un appello impegnativo che esorta l’Ucraina ad arrendersi dopo quasi 25 mesi di combattimento, di dolore, di morte, esortando ad avere la forza di sventolare la bandiera bianca e sedersi a un tavolo per negoziare la pace. Un gesto possibile, ribadisce il Pontefice nell’intervista alla Radio Televisione Svizzera rilanciata dai media vaticani, con l’aiuto e la mediazione delle potenze internazionali.

«Poveretti gli ucraini, già al tempo di Stalin quanto hanno sofferto»

Parole forti, quelle del Santo Padre, che dopo le preghiere, l’invio di Alti prelati in quella terra invasa e insanguinata dall’invasione del Cremlino, rivolge un appello a non avere «vergogna di negoziare prima che la cosa sia peggiore». Anche il Papa si è proposto per negoziare? È la domanda che riecheggia tra le righe delle affermazioni vaticane. «Io sono qui, punto – replica netto il pontefice –. Ho inviato una lettera agli ebrei di Israele, per riflettere su questa situazione. Il negoziato non è mai una resa. È il coraggio per non portare il Paese al suicidio. Gli ucraini, con la storia che hanno, poveretti, gli ucraini al tempo di Stalin quanto hanno sofferto»…

Il Papa sull’orrore della guerra da Kiev a Gaza

E dall’Ucraina al Medio Oriente, da Kiev a Gaza, il pensiero corre veloce: «Tutti i giorni alle sette del pomeriggio chiamo la parrocchia di Gaza. Seicento persone vivono lì e raccontano cosa vedono: è una guerra. E la guerra la fanno due, non uno. Gli irresponsabili sono questi due che fanno la guerra», ha detto Bergoglio. «Poi non c’è solo la guerra militare, c’è la “guerra-guerrigliera”, diciamo così, di Hamas, un movimento che non è un esercito. È una brutta cosa», aggiunge assorto e pensieroso il Papa. E alla domanda se non si debba perdere la speranza di provare a mediare, il Pontefice replica fermo: «Guardiamo la storia, le guerre che abbiamo vissuto, tutte finiscono con l’accordo».

La guerra, la pace e la strada disseminata di dolore che si attraversa tra una e l’altra

Infine, una riflessione che può declinarsi a Kiev come a Gaza: «C’è chi dice, è vero ma dobbiamo difenderci… E poi ti accorgi che hanno la fabbrica degli aerei per bombardare gli altri. Difenderci no, distruggere. Come finisce una guerra? Con morti, distruzioni, bambini senza genitori. Sempre c’è qualche situazione geografica o storica che provoca una guerra… Può essere una guerra che sembra giusta per motivi pratici. Ma dietro una guerra c’è l’industria delle armi, e questo significa soldi», conclude amaramente il Papa, che nello sguardo e nelle parole esprime la sofferenza dei popoli coinvolti in una guerra che sembra non avere fine…

 

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