Made in Italy, Rampelli a Boschi: “Il titolo sulla proposta di legge non si cambia. E vi spiego perché”

6 Dic 2023 13:44 - di Alessandra Parisi

Citare made in Italy in un titolo di legge o chiamare del made in Italy un ministero non rientra negli ‘errori’ da correggere, né si tratta di una svista del governo. Il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, è costretto a tornare ancora una volta sulle sue proposte di legge a tutela della lingua italiana. Nuovamente ‘strumentalizzate’ dalle opposizioni, 5Stelle e renziani in testa. Con tanto di emendamento presentato in Aula da Maria Elena Boschi.

Made in Italy, Rampelli replica a Boschi

“Come già ho avuto modo di dichiarare nei mesi passati, incoraggiando il Parlamento a esaminare con urgenza le mie proposte di legge in difesa della lingua italiana, la denominazione Made in Italy, come altre ricorrenti e abituali definizioni indirizzate al mercato internazionale, fa ovviamente per questa ragione eccezione”.  Così il parlamentare di Fratelli d’Italia rispondendo alla richiesta maliziosa di M5S e Italia Viva di modificare il titolo del disegno di legge. “Non si tratta affatto di svista o contraddizione, come hanno insinuato oggi alcuni deputati chiedendo un diverso titolo per il ddl proposto dal governo. Dal titolo: “Disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del Made in Italy”.

All’estero i prodotti delle nazioni vengono marchiati con Made in

“È fin troppo banale – sottolinea Rampelli replicando a Boschi che ha chiesto di modificare il nome al ministero delle Imprese e del Made in Italy   – ricordare che all’estero i prodotti di tutte le nazioni vengono marchiati con la definizione “Made in”. Utilizzando il veicolo più conveniente per la tutela degli interessi commerciali. Cioè la lingua dominante che oggi è l’inglese. Quindi, mentre Jobs Act e Spending review rappresentavano evidenti e gratuite forzature idiomatiche, in questo caso ritengo corretto l’utilizzo di ‘Made in Italy’“. Resta l’appello a maggioranza e opposizione –  conclude Rampelli – agli uffici e agli amministratori delle società partecipate “di utilizzare la nostra lingua madre, non solo per ragioni identitarie, ma anche per rendere la democrazia accessibile a tutti”.

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