Emiliano a processo, chiesto un anno: “Confido nella giustizia, da pm l’ho sentito dire tante volte”

31 Mar 2023 13:14 - di Davide Ventola

Un anno di reclusione e 90mila euro di multa per il governatore della Puglia Michele Emiliano: è la condanna chiesta dalla pubblica accusa al processo in corso a Torino per finanziamento illecito. Il pm Giovanni Caspani ha chiesto la stessa pena per il deputato del Partito democratico Claudio Stefanazzi (all’epoca suo capo di gabinetto) e una condanna a otto mesi per gli imprenditori Vito Ladisa e Giacomo Mescia. La vicenda è legata alla campagna per le primarie del Pd del 2017.

L’inchiesta era partita dalle somme versate dai due imprenditori alla Eggers di Pietro Dotti, la società del Torinese che si era occupata della campagna elettorale di Emiliano. Secondo le prove raccolte dall’accusa si trattò a tutti gli effetti di un finanziamento occulto.

Chiesta la condanna a un anno anche per il deputato Pd Stefanazzi

Mescia è chiamato in causa per un versamento di circa 24 mila euro alla Eggers, la società torinese che curava la campagna elettorale di Emiliano. Il fascicolo su di lui era stato  mandato dalla Procura di Torino a quella di Roma, che dopo avere chiesto l’archiviazione della parte delle accuse relativa a irregolarità nelle fatturazioni, ha restituito per competenza la pratica a Torino.

Emiliano a processo: la sua dichiarazione spontanea

«Forse in passato quando la sentivo pronunciare da altri commettevo l’errore di considerarla una frase fatta: ora dico che confido nella giustizia. Ho 63 anni e ho sempre cercato di comportarmi bene, sia nelle cose importanti che in quelle meno importanti”. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha chiuso così oggi la dichiarazione spontanea

Come ricostruisce l’Edicola del Sud, Dotti, titolare dell’agenzia di comunicazione che nel 2017 sostenne la corsa di Emiliano alla guida del Pd, svolse una consulenza per Ladisa dal quale fu regolarmente retribuito. Secondo il pm Francesco Caspani, il denaro con cui Dotti fu pagato dall’imprenditore barese andò a coprire parte delle spese della campagna elettorale di Emiliano. Secondo la difesa, invece, Dotti condusse una campagna di sensibilizzazione ambientale per conto di Ladisa Ristorazione e la relativa fattura non era in alcun modo riconducibile al governatore.

Il consulente scelte di non farsi pagare dal governatore della Puglia

In tribunale, Dotti ha confermato la tesi della difesa spiegando di aver incassato il denaro pattuito con Ladisa e di aver considerato estinto, per motivi del tutto indipendenti, il credito che vantava nei confronti di Emiliano. In pratica, l’esperto di comunicazione scelse liberamente di farsi pagare solo da uno dei suoi due clienti pugliesi illustri. Ai magistrati che gli hanno chiesto le ragioni di questa decisione, Dotti ha risposto chiarendo di avere fatto, in quel modo, «un investimento» sul mercato pugliese. Nessun finanziamento occulto, dunque, proprio come sostenuto da Michele Laforgia e Simona Grabbi, legali di Ladisa.

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