Messina Denaro e i pizzini a Provenzano: sappiamo come sono i politici, non fanno niente per niente

25 Gen 2023 18:10 - di Roberto Frulli
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Emerge il ‘profilo’ del boss catturato la scorsa settimana dopo oltre 30 anni di latitanza dai pizzini scritti tra il 2003 e il 2006 da Matteo Messina Denaro e ritrovati nel covo di Bernardo Provenzano. Una decina di messaggi che Adnkronos ha rimesso in fila . E che, oltre ad aver contribuito alle indagini di questi anni, delineano la figura dello stragista di Castelvetrano.

C’è la riverenza per il capo, il “rispetto delle regole” di Cosa Nostra e la consapevolezza che , davanti a tanti arresti compiuti nella ‘guerra’ condotta da magistratura e forze dell’ordine contro la criminalità organizzata “sono nato in questo modo e morirò in questo modo”.

“Io appartengo a lei, per come d’altronde è sempre stato, io ho sempre una via che è la vostra, sono nato in questo modo e morirò in questo modo, è una certezza ciò”, scrive Messina Denaro parlando di ossequi e “fratellanza” con i linguaggi tipici della mafia, in cui vige il “rispetto delle regole“. E poi la consapevolezza di appartenere a un mondo in cui “non c’è felicità”.

I soldi non sono tutto” perché “si può essere uomini senza una lira e si può essere pieni di soldi ed essere fango” scrive Messina Denaro in uno dei pizzini firmandosi “suo nipote Alessio“.
Sul fronte opposto, le indagini di magistratura e forze dell’ordine che cercano di fare terra bruciata attorno a Cosa Nostra.

“Purtroppo non posso aiutarla perché a Marsala al momento non abbiamo più a nessuno, sono tutti dentro, pure i rimpiazzi e i rimpiazzi dei rimpiazzi”, si duole il boss in un messaggio a “Zio Bernardo, ricercato per 40 anni e catturato l’11 aprile 2006 in una masseria a Montagna dei Cavalli vicino a Corleone dopo le indagini degli investigatori guidati da Renato Cortese, allora a capo della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo e dai magistrati Michele Prestipino, Marzia Sabella e Giuseppe Pignatone.

Già con una decina di ergastoli sulle spalle, ritenuto mandante delle stragi più atroci, da quella di Capaci a quella di via d’Amelio, nel 1992, in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e degli attentati politici del ’93, con le autobombe a Firenze, di Roma e Milano, viene trovato in un rifugio, arredato in modo spartano, in cui c’è anche una macchina da scrivere con la quale scriveva i suoi pizzini.

Si leggono parole come “onestà” e “comprensione” scorrendo i messaggi scambiati fra gli stragisti, parole che suonano grottesche davanti agli omicidi commessi, tra i quali quello del piccolo Giuseppe di Matteo, il figlio del pentito, strangolato e sciolto nell’acido dopo quasi due anni di prigionia.

E poi gli auguri, a poche settimane da Natale e a pochi mesi dalla cattura di Provenzano, a cui Messina Denaro si rivolge così: “spero che per lei e i suoi affetti sia un annuo nuovo migliore”.
Per Messina Denaro, ‘zio Bernardo’ è “il garante di tutti e di tutto” che si adopera “per l’armonia e la pace per tutti noi” e per questo inizia a scrivergli, per esporgli un problema ‘personale’ che era nato fra un uomo a lui vicino- “il mio paesano” nei pizzini, ovvero il “re dei supermercati Despar – che aveva ricevuto richieste di pizzo da un altro mafioso.

“La ringrazio di cuore che lei si sta interessando a questo mio problema”, scrive Messina Denaro chiudendo tutti i pizzini manifestando la sua vicinanza e amicizia per Provenzano: “Lei è sempre nel mio cuore e nei miei pensieri, se ha bisogno di qualcosa da me è superfluo dire che sono a sua completa disposizione e sempre lo sarò. La prego di stare sempre molto attento, le voglio troppo bene”.

In una situazione di grande difficoltà per Cosa Nostra, colpita sempre più duramente da magistratura e forze dell’ordine, Messina Denaro manifesta scarsa fiducia verso la politica.

In un pizzino inviato tra il 2004 e il 2005, scrive a Provenzano: “Noi sappiamo come sono i politici che non fanno niente per niente e noi non abbiamo più alcuna forza di contrattualità, ecco perché non credo che ci sia qualche politico che si vada a sporcare la bocca per noi, comunque come si suole dire staremo a vedere. Per il nome del politico lo scriva a parte e lo fa avere a 121, poi sarà 121 a dirlo a me e io capirò“.

E dopo aver ricevuto la risposta da Provenzano, Messina Denaro in un altro pizzino risponde: “Si ho già ricevuto il nome del politico“.
In un messaggio al boss, infine, c’è una vera e propria “professione di fede’”, quasi un testamento: “Vorrei umilmente dirle che io non sono meglio di lei, preferisco dire che io appartengo a lei, per come d’altronde è sempre stato, io ho sempre una via che è la vostra, sono nato in questo modo e morirò in questo modo, è una certezza ciò”.

Stamattina Messina Denaro aveva rinunciato a comparire all’udienza preliminare del procedimento che vede alla sbarra i boss della mafia agrigentina, insieme con l’avvocata Angela Porcello.
Nelle scorse udienze la posizione del boss era stata stralciata in quanto latitante, ma oggi, quando è stato chiamato all’appello, ha fatto sapere dal carcere dell’Aquila di rinunciare all’udienza.

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