Nov 15 2022

Annamaria Gravino @ 11:52

Il Domani scopre che Meloni ha «riferimenti solidi» e bacchetta il Pd: «In gioco l’egemonia culturale»

Con un lungo articolo firmato da Enrico Pedemonte, il Domani prende atto del fatto che Giorgia Meloni fa sul serio, che il suo programma e le sue azioni si basano su riferimenti politici e culturali solidi, come le idee di Roger Scruton, e che si candida, guardata con attenzione dall’estero, a diventare una leader, ma anche “la” leader, del conservatorismo europeo e non solo, più di quanto il suo ruolo di presidente dell’Ecr già non la renda.

L’avvertimento alla sinistra: in gioco c’è «l’egemonia culturale»

Ma l’articolo, naturalmente, non ha l’intento di elogiare il premier, sebbene finisca indirettamente per farlo. Ha, invece, lo scopo di mandare un messaggio alla sinistra. In sostanza, Pedemonte, citando un precedente allarme della collega Giorgia Serughetti sulla «sfida per l’egemonia culturale» lanciata da Meloni, invita la sinistra nostrana a darsi una svegliata, smettendola di considerarne «la visione del mondo mera paccottiglia post fascista». Un richiamo dal quale la sinistra esce demolita nella sua ottusità.

La visione del mondo di Meloni non è «paccottiglia post fascista»

Colpisce che per giungere a questa analisi il Domani si affidi alle analisi della stampa estera. L’articolo cita un pezzo del 26 settembre, il giorno dopo le elezioni, di The Spectator world, «l’edizione internazionale del settimanale The Spectator, colonna storica del conservatorismo britannico», il cui titolo era: «I conservatori americani dovrebbero ispirarsi a Meloni». A partire da questo si ricorda che il magazine «ormai da mesi guarda a Meloni come alla leader europea di una destra, pur radicale, che rompa con l’estremismo economico di Margaret Thatcher per tornare a politiche più attente ai problemi sociali. E si fa beffe del New York Times che in un solo articolo arriva a definirla 28 volte “fascista”». «Al contrario – prosegue Domani – il settimanale britannico la prende molto sul serio e la indica come l’erede più genuina del grande pensiero conservatore europeo». Da qui parte una lunga trattazione – con diffusi paragoni con Meloni – sul pensiero di Roger Scruton, il filosofo conservatore britannico scomparso due anni fa.

Lo “scoop” sull’attenzione del premier al pensiero di Scruton

Ora, non è esattamente uno scoop che Meloni guardi all’opera di Scruton: tra l’altro, ne parla diffusamente nel suo libro best seller, lo ha citato nel discorso della fiducia, ne scrisse un ricordo a un anno della morte, nel gennaio del 2021, definendolo «il più importante intellettuale conservatore contemporaneo». A dicembre dello stesso anno, dunque circa un anno fa, Meloni decise inoltre di dare all’inedita edizione invernale di Atreju il titolo di “Natale dei conservatori”. Segnali grossi come un neon rosa in una stanza buia, che però a sinistra in pochi hanno colto e capito, o voluto cogliere e capire, preferendo rifuguarsi nella narrazione, fallimentare e autolesionista, della leader estremista e ammiccante al fascismo.

Il Domani ammette: «Meloni ha fondamenti solidi e una rete internazionale di alleanze»

Il Domani la definisce una narrazione «banalizzata (e dunque rassicurante) di una Meloni nostalgica e (post)fascista». Una oasi mentale nella quale la sinistra italiana si è trovata confortata anche da certi ambienti stranieri fra i quali i liberal americani che trovano il proprio riferimento nel già citato New York Times e che, al pari della sinistra italiana, politicamente non se la passano benissimo. «È difficile prevedere se l’indicazione di The Spectator World si mostrerà vincente e Giorgia Meloni diventerà un modello di riferimento per la nuova destra in Europa e negli Stati Uniti», scrive Pedemonte, per il quale però «una cosa è certa»: «Giorgia Meloni ha fondamenti più solidi e può contare su una rete internazionale di alleanze più articolata. La guerra tra le due culture, che sta lacerando gli Stati Uniti e una parte dell’Europa, è sbarcata anche nel nostro Paese. Continuare a combatterla limitandoci a sventolare le bandiere dell’antifascismo, come il Pd ha fatto nel corso della campagna elettorale e come continua a fare – è l’avvertimento – è davvero troppo poco».