Il vero dramma di Conte: lui scrolla l’albero della crisi di governo e Dibba ne raccoglie i frutti

14 Lug 2022 12:49 - di Lando Chiarini
Conte

Come quel soldato che annunciava trionfante ai suoi superiori «li ho fatti tutti prigionieri, ma non mi vogliono seguire» così Giuseppe Conte s’illude di scandire il ritmo della crisi. In realtà, a dettare la linea è la trazione anti-sistema del M5S, tornata dominante dopo la scissione che l’ha affrancata dal contrappeso governista di Luigi Di Maio. Il fatto strano è Conte stia di qua piuttosto che di là. Antropologicamente parlando, infatti, Giuseppi starebbe molto più a proprio agio con i poltronisti alla Giggino che con i barricaderi nostalgici di Dibba, inteso come Alessandro Di Batttista, meglio noto come il Che di Roma nord. Non è una questione da sottovalutare.

Conte non è mai stato un barricadero

Non foss’altro perché in caso di crisi è Conte a rischiare di più, sia che si vada a votare subito sia che la legislatura prosegua fino a febbraio con il ministro Franco al posto di Draghi. Nel primo caso, si ritroverebbe infatti nella scomoda parte di responsabile unico del ritorno anticipato alle urne. Nel secondo, dovrebbe invece inventare una narrazione nuova di zecca per resuscitare il movimento. Obiettivo facile solo a dirsi, dal momento che Conte deve la propria (residua) popolarità ai tre anni passati a Palazzo Chigi sotto la regia di Rocco Casalino, prima a guida del governo giallo-verde, poi di quello giallo-rosso. Mentre l’ultimo anno e mezzo lo ha vissuto da partner (alquanto moscio) della maggioranza di unità nazionale.

All’opposizione con la pochette

Il Conte leader di opposizione è dunque una sorta di Ufo, un oggetto non identificato. A questo punto, come diceva Lubrano, l’interrogativo sorge spontaneo: sarà in grado il nostro eroe di incarnare il nuovo corso? O non rischia, al contrario, di finire disarcionato da un M5S tornato rabbioso e intenzionato a risalire alla sorgente del Vaffa, del “mai con...” e “dell’uno vale uno“? In poche parole, chi può escludere che una volta tornato alle origini il movimento non decida di disfarsi del capo in pochette per puntare su una personalità alla Di Battista, certamente più adatta alla mutata situazione? La vocazione anarcoide dei 5Stelle autorizzerebbe a pensarlo. Senza tralasciare che, alla fine, a decidere il destino dei politici è il loro carattere. E il dramma di Conte è proprio questo.

 

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