Conte sembra un disco rotto, ma continua a parlare: diretta social per non dire nulla di nuovo

16 Lug 2022 21:03 - di Viola Longo
conte

Al termine dell’ennesima giornata di passione – tra riunioni convocate, sospese, riprese, rimandate, interrotte da colpi di scena e veline ostili diramate da qualche “manina” – Giuseppe Conte ha tenuto il suo personale discorso alla nazione della «comunità M5S» e di «tutti coloro che vogliono essere informati», dopo essere stati bombardati da «informazioni false», diffuse da una stampa «malevola». Ebbene, negli interminabili 18 minuti che è durata la diretta social, iniziata con alcuni imbarazzanti secondi di silenzio e faccia grave-gravissima in attesa del “ciak si gira”, Conte non ha fatto che ripetere quanto già detto fin qui. In sintesi: il M5S è coerente e trasparente e non ha fatto mancare la fiducia al governo; Draghi ha fatto tutto da solo e se ne assumerà la responsabilità.

Conte fa la vittima: «Abbiamo mandato giù di tutto. Ci hanno umiliato»

Non esattamente un’offerta di calumet della pace in vista della fatidica data di mercoledì, quando Draghi è chiamato a sciogliere la riserva su quelle dimissioni congelate solo in ossequio alle richieste del Colle sul passaggio parlamentare. Presentando il M5S, che ha «mandato giù di tutto», come oggetto di «umiliazioni politiche» e «offese» e «ricatti» da parte dei partner di governo e, par di capire, dello stesso premier, Conte ha quindi sciorinato tutti gli impagabili successi grillini, che hanno portato il Paese a un innegabile progresso sociale e morale: dalla ben nota “abolizione della povertà” all’impegno green.

La sua supercazzola sul voto al Senato ripetuta allo sfinimento

Questioni rispetto alle quali il M5S non è disposto ad arretrare di un passo, ragion per cui non ha potuto votare il decreto Aiuti che conteneva la norma sul termovalorizzatore di Roma. Quella norma che, ha detto Conte, avrebbe trasformato la Capitale nella “pattumiera del centro Italia”, come se non lo fosse già. Ma, ha precisato il leader M5S, «quando al Senato abbiamo partecipato al voto, abbiamo cercato di circoscrivere al minimo il significato politico. Non era una votazione contraria e quindi neppure un’astensione. Ritenevamo giusto, alla luce della forzatura che è stata operata nei nostri confronti e principi, che non fosse attribuita a questa non partecipazione al voto il significato di un voto contrario alla fiducia. Quella nostra mancata partecipazione è stata intesa come elemento di rottura del patto di fiducia».

Lo scaricabarile su Draghi: «La responsabilità è sua, se l’assuma»

Se non fossero giorni che i Cinquestelle ci tediano con le loro supercazzole, servirebbe rileggerla almeno due volte per capire che cosa Conte volesse dire. Invece, purtroppo, ormai l’antifona si conosce a memoria e si riassume così: è Draghi a far cadere il governo, non noi. Quindi, «ne prendiamo atto», ha chiosato con aria pesante l’avvocato di Vulturara Appula, affermando che la decisione assunta è stata anche una «reazione atteggiamenti di chiusura che hanno rasentato l’umiliazione politica» e che ora Draghi deve assumersi «la responsabilità della sua decisione», quelle dimissioni «arrivate nonostante avesse una maggioranza».

La mossa disperata di Conte: «Ci siamo se otteniamo risposte»

«Non tiriamo Draghi per la giacchetta», ma «il M5S c’è se otterrà risposte alle sue richieste», ha proseguito Conte in un estremo tentativo di presentare i grillini come concentrati sui temi. «Spetterà a Draghi valutare se ci sono le condizioni per garantire al M5s di poter svolgere la sua azione politica in un contesto di una maggioranza poco coesa, consentendo a M5S di poter godere di rispetto e della medesima correttezza accordata da M5s alle altre forze poltiche».

«Senza risposte chiare e senza la garanzia sulle condizioni di rispetto, il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo e ci sentiremo liberi e sereni e ancor più responsabili di votare quel che serve al Paese di volta in volta, senza alcuna contropartita politica», ha quindi concluso Conte, prima di raggiungere i parlamentari per l’ennesima riunione, al termine dell’ennesima giornata di ennesime, solite rivendicazioni.

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