Trattava la moglie come una schiava: imam condannato a due anni e tre mesi a Torino

4 Mag 2022 11:11 - di Angelica Orlandi
Imam condannato

«La cultura marocchina ha usanze e tradizioni ben precise. Tuttavia, se ci si si trasferisce in Italia, certe condotte non possono essere riconosciute né pretese».  Così a Torino un imam di 40 anni è stato condannato a due anni e tre mesi di carcere perché maltrattava la moglie. Ha privato la donna di ogni libertà, confinandola tra le mura domestiche: le era  vietato di uscire con le amiche e di indossare abiti occidentali. Quando c’erano ospiti non poteva sedere a tavola con gli altri commensali ma doveva mangiare in una stanza separata. Non poteva neppure decidere cosa guardare alla tv. Quando provava a ribellarsi, veniva picchiata e insultata dal marito.

Imam condannato: “Certe pratiche in Italia sono illegali”

Parla chiaro il pm Barbara Bardellino. In uno Stato civile le regole si rispettano, ha giudicato,  mettendo fine al calvario e condannando il marito: «I comportamenti dell’imputato hanno travalicato i limiti». In Italia tali comportamenti, Codice penale alla mano, si chiamano “maltrattamenti” e sono considerati reati. «Non ha consentito alla moglie alcuna autonomia», sentenzia il tribunale torinese, «imponendole sempre la sua volontà, percuotendola con schiaffi e spintoni».

Imam trattava la moglie come una schiava

Durante il dibattimento – ricostruisce il Corriere della Sera– sono sfilati diversi testimoni, la maggior parte amici dell’imputato: hanno provato a minimizzare, descrivendo le arcaiche usanze del loro Paese. Una linea difensiva che non ha scalfito minimamente il giudizio del tribunale. «Sono persone che hanno lo stesso imprinting culturale», spiega Bardellino,  «per cui poco attendibili».

Il legale dell’uomo si arrampica sugli specchi

E’ stridente il contrasto. L’uomo è in imam,  ben strana “guida2 spirituale. Si recava in moschea più volte al giorno a pregare e a parlare con i fedeli, magari dispensando consigli sui corretti comportamenti. Ora la una condanna in primo grado. Il suo legale si arrampica sugli specchi: «Un conto sono i maltrattamenti», racconta alla stampa locale torinese, «un altro gli aspetti culturali. Mangiare in disparte, gli uomini separati dalle donne, non può essere considerata una condotta illecita», dice informando che procederà in appello.

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