La figlia di Borsellino: «Le teste di mio padre e Falcone consegnate alla mafia dai loro colleghi»

giovedì 19 Maggio 10:01 - di Paolo Sturaro

«Non è questa città che ha ucciso mio padre e Giovanni Falcone. Sono passati 30 anni e ormai ci siamo rassegnati all’idea che noi familiari di tutte le vittime delle stragi non avremo mai una verità giudiziaria. Perché nessuno ha voluto guardare dove si doveva guardare da subito». Cioè, «a quel palazzo di giustizia covo di vipere, come lo chiamava mio padre». Lo dice in un’intervista a Repubblica Fiammetta , la figlia di Borsellino, magistrato ucciso da Cosa Nostra il 19 luglio 1992 nella strage di via D’Amelio.

La figlia di Borsellino: c’è chi ha spianato la strada

«C’è stata la mano armata di Cosa nostra, ovviamente. Ma anche chi a questa mano armata ha spianato la strada, consegnando le teste di Falcone e Borsellino su un piatto d’argento. L’ormai famosa convergenza di interessi di cui parlava Falcone. Io oggi da figlia sono consapevole che mio padre è morto perché è stato abbandonato dai suoi colleghi».

«Venivano a raccontare balle a mia madre»

«Dirò anche di più. Fin quando siamo stati zitti, il salone di casa nostra era pieno di presunti amici di mio padre. Venivano a raccontare balle a mia madre. Da quando invece io ho deciso di parlare, di dire senza peli sulla lingua che le responsabilità delle stragi di Capaci e via D’Amelio sono a più livelli, da quel momento ci siamo improvvisamente ritrovati soli. Di tutto quello stuolo di magistrati che ci stava attorno non si vede più nessuno».

«Non mi hanno neppure salutato»

«Qualche settimana fa sono andata a Marsala», continua la figlia di Borsellino. «È la città dove mio padre è stato procuratore. C’era l’intitolazione di una strada ad Emanuela Loi, una degli agenti di scorta uccisi con lui. Sono rimasta sola. Nessuno, dico nessuno dei magistrati presenti, mi ha avvicinato anche solo per salutarmi. Ma a me sta bene così».

La sentenza del processo a Caltanissetta

La prossima sentenza del processo a Caltanissetta sul depistaggio? «Non abbiamo più bisogno di sentenze di condanna che tanto non arriveranno mai. Per noi ormai sono chiare le connivenze vere, le omissioni, le menzogne, le condotte sbagliate di uomini e donne delle istituzioni che non hanno avuto rossore a presentarsi in un’aula di tribunale e a balbettare monosillabi. A essere offesi non siamo solo noi familiari ma l’intelligenza del popolo italiano».

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