Depistaggio sulla strage Borsellino: “Sbattevamo contro un muro di atti omessi, negati. Scarantino non poteva essere toccato”

17 Mag 2022 16:44 - di Paolo Lami
Coisp, trentennale via d'Amelio

Alla sbarra, nell’aula dove si celebra oggi l’ennesima udienza del processo sul depistaggio della strage di via D’Amelio dove morì il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, c’è l’intero sistema del pentitismo così come è stato allegramente utilizzato in questi anni piegando le dichiarazioni sollecitate ad alcuni, spesso tardivi e volenterosi, collaboratori di giustizia alle esigenze di questa o quella Procura e alle sue tesi fantasiose e precostituite che, in qualche maniera, dovevano essere puntellate.

Un meccanismo sul quale molti magistrati hanno costruito formidabili carriere per finire al servizio di una certa parte politica disintegrando le vite delle persone, mandando in pezzi famiglie, stritolando chiunque non andava a genio a un certo sistema.

E dunque oggi sentire il racconto della parte civile sulle malefatte che sono state portate a compimento utilizzando il falso pentito Scarantino può stupire solo chi non ha mai vissuto o letto o sentito parlare di quello che di mostruoso è stato fatto in questi anni dietro al paravento della giustizia.

Noi sbattevamo contro un muro di atti omessi, non depositati, negati. Qualunque nostra richiesta veniva rigettata, abbiamo subito attacchi continui sulla stampa, venivamo considerati vicina alla mafia – racconta l’avvocato Rosalba Di Gregorio, nell’arringa difensiva del processo sul depistaggio sulla strage Borsellino, nel quale rappresenta Gaetano Murana, uno degli imputati che furono ingiustamente condannati all’ergastolo dopo le false accuse di Scarantino. – Solo perché chiedevamo delle spiegazioni sul falso collaboratore Vincenzo Scarantino, che non andava toccato“.

“L’omessa registrazione delle telefonate di Vincenzo Scarantino solo con magistrati e la polizia e non con i familiari, non può essere solo una coincidenza. No, non credo alle coincidenze…”, aggiunge l’avvocato Di Gregorio.

Nel corso del processo un ex-poliziotto, Giampiero Valenti, aveva rivelato di avere avuto l’ordine di bloccare le intercettazioni di Scarantino.

Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati“, aveva detto Valenti.

Si sapeva che Vincenzo Scarantino era psicolabile, c’era una perizia psichiatrica, ma non andava toccato e quindi non si poteva dire“, ricorda il legale di parte civile che assiste Gaetano Murana.

“Non c’era bisogno di aspettare Gaspare Spatuzza – assicura Rosalba Di Gregorio. –  Abbiamo uno Scarantino che ha una tale mancanza di spessore, oggi lo dicono tutti, come persona, non come mafioso, che era assolutamente non presentabile, perché psicolabile e come tale certificato. All’evidenza non c’era neppure bisogno della certificazione, ma c’era. Risultava “psicolabile, che reagisce agli stimoli in maniera esasperata“, ma tutto questo lo abbiamo dovuto scoprire facendo ricerche“.

“I soggetti che lo gestivano e lo hanno valorizzato come fonte, lo sapevano – dice. – Se non lo sapevano lo hanno saputo durante l’esame quando in aula chiesi alla Corte di fare una perizia psichiatrica perché il soggetto all’evidenza non dava segnali di linearità e di ragionamenti coerenti“.

“L’unica cosa che abbiamo guadagnato all’epoca fu un titolo di tg: ‘La mafia chiede la perizia psichiatrica‘, la mafia ero io, evidentemente…. La Corte rigettò la richiesta, perché Scarantino non andava toccato, perché si doveva arrivare fino alla fine. Non lo dicevo io, ma lo capì pure la dottoressa Boccassini all’epoca, come anche il dottor Sajeva che non fidandosi dei loro colleghi mandarono gli atti a Palermo“.

“Le prove raccolte fin qui eliminano la buona fede degli imputati e dimostrano la volontà di arrecare un danno, tutelando l’impunità di soggetti interni ed esterni a Cosa nostra responsabili della strage – sostiene la Di Gregorio che punta il dito sui cosiddetti “Servizi deviati”. – Questa condotta, è bene ripeterlo, è stata perpetrata con pervicacia, unicamente tesa a pregiudicare l’accertamento della verità, a incolpare degli innocenti per scansare i veri colpevoli, interni o esterni a Cosa nostra“.

E fa una serie di esempi il legale: “il finto sopralluogo della carrozzeria Orofino – dice – gli aggiustamenti con appunti scritti su verbali di interrogatorio in vista dell’esame in aula, lo stacco e riattacco, a richiesta, dell’apparato per le intercettazioni telefoniche la consegna dei verbali interi a Scarantino, omissati alla difesa”.

“E ancora, il trattamento disumano riservato a Scarantino con insinuazioni che fosse affetto da una grave malattia, l’Aids, oppure le somme di denaro date da Mario Bo a Francesco Andriotta e i colloqui con La Barbera prima di essere interrogato dai pm“.

Un sistema collaudato, blindatissimo, che ha consentito fino ad oggi a certi magistrati di fare il bello è il cattivo tempo calpestando la giustizia e piegandola a favore di una precisa parte politica.

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