“Vogliamo vedere il sole”, Azovstal: la vita sospesa di soldati e bambini nella pancia del bunker sotto attacco (video)

sabato 23 Aprile 18:01 - di Lara Rastellino
Azovstal

Mentre i russi hanno ripreso a bombardare l’area dell’acciaieria Azovstal a Mariupol. Con il consigliere dell’Ufficio del Presidente ucraino, Oleksiy Arestovych, che dichiara: «Il nemico sta cercando di sopprimere completamente la resistenza dei difensori di Mariupol nell’area dell’Azovstal. Hanno ripreso gli attacchi aerei sul territorio dello stabilimento. Sulle linee di difesa delle nostre truppe. E stanno tentando di effettuare operazioni di assalto». Le centinaia di donne e bambini intrappolati nella pancia della balena di Mariupol, l’acciaieria di Azovstal, tra angoscia e un senso del tempo dilatato dall’orrore che incombe sulla struttura e fuori di essa, provano a farsi forza stringendosi attorno a un unico desiderio: «Vogliamo uscire e vedere il sole». Queste, in particolare, sono le parole di uno dei tanti piccoli rinchiusi nel bunker di Mariupol, la cui testimonianza è stata raccolta nei vari video girati dagli uomini del Battaglione Azov.

Azovstal, dove il tempo si è fermato

Le parole sono di un bambino, uno dei tanti che si trova nel bunker dell’acciaieria Azovstal a Mariupol, la cui testimonianza è stata raccolta in un video girato dagli uomini del Battaglione Azov. In un altro (postato sotto) si intravedono anziani che sospirano. Una giovane mamma con il suo piccolo in braccio. Bambini che parlano tra di loro e si intrattengono come possono. Magari con l’aiuto dei telefonini. Guardandosi un po’ intorno. Insomma, accettando al meglio quello che non possono arrivare a capire fino in fondo. Stretti gli uni agli altri, nei meandri di un rifugio assediato in cui provano a resistere nella speranza di evacuare.

Le immagini di donne e bambini nel buio dell’invasione

I militari ucraini scendono nella “pancia” dell’acciaieria. Si aggirano tra i corridoi in cui la vita è congelata dall’attesa. Il tempo sospeso in una dimensione che sfugge i suoi riferimenti. «Abbiamo qualcosa da dire: vogliamo tutti tornare a casa. Vogliamo tornare vivi. Vedere i nostri parenti, ci mancano tanto», si ripetono per darsi coraggio. Mentre la telecamera di un video, piuttosto che di un altro, si sofferma sulle donne, accampate con il minimo equipaggiamento per la sopravvivenza. Molti di loro sono da lì dal 5 marzo. Tutti insieme, però, non sanno quando riusciranno a tornare a casa. Aspettano i corridoi verdi. Ma sono ancora intrappolati…

L’acciaieria di Mariupol, la vita nella pancia della balena siderurgica

Asserragliati in quella sorta di cattedrale nel deserto che si erige su una città spettrale, disseminata di macerie. Con Mosca che intima a civili e soldati ucraini di arrendersi. E i militari, le donne, i bambini e gli anziani di Mariupol, barricati nei meandri di quella mastodontica struttura che proprio i russi hanno edificato negli anni Trenta del Novecento. E che non si fidano neppure di uscire con la bandiera bianca in mano. Convinti che i soldati russi ostacolerebbero la loro evacuazione. E di poter avere in sorte la stessa fine delle vittime cadute sotto le granate alla periferia di Kiev…

L’esistenza sotterranea che prova a resistere all’orrore

Ebbene, un video – tra i tanti che girano sui social in queste drammatiche ore – documenta la vita di donne e bambini nei bunker dell’acciaieria Azovstal a Mariupol, l’impianto assediato dalle truppe russe. I militari ucraini scendono nella “pancia” dell’acciaieria. Nel rifugio dove vivono decine di civili, giovani. Giovanissimi. Anziani, ritratti in momenti di quotidianità stravolta dalla guerra e dalla minaccia che incombe sulle loro teste…

Nel bunker di Azovstal, gesti e piccoli segni di una quotidianità stravolta dalla guerra

Panni stesi, scritte sui muri. Qualcuno tira fuori da un cestino dei rosari. Gesti, piccoli simboli di una quotidianità stravolta dall’invasione russa. «Mio marito lavora qui allo stabilimento. Siamo venuti il 2 marzo e abbiamo perso il conto da quanti giorni stiamo qui. Vogliamo tornare a casa», racconta un’altra mamma con una bambina in braccio. «Stiamo qui da più di 50 giorni», aggiunge un’altra donna. Secondo la quale, una volta scoppiato il conflitto, il bunker dell’acciaieria «ci è sembrato il posto più sicuro».

«Presto non avremo più cibo per i nostri figli»…

E ancora. «Io sto con la mia famiglia nel rifugio dell’Azovstal dal 25 febbraio. Abbiamo bisogno di aiuto, di essere evacuati – spiega –. Imploriamo garanzie di sicurezza per i nostri bambini. noi qui ne abbiamo più di 15 bambini di diversa età da neonati a adolescenti. Chiediamo il cessate fuoco. Non passa giorno che i nostri bambini non abbiano paura degli attacchi – conclude –. Stiamo finendo il cibo e presto non potremo sfamare i nostri figli»…

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