Legge elettorale, i bari Pd e M5S cambiano le carte in tavola: «Senza proporzionale vince la destra»

lunedì 4 Aprile 20:21 - di Michele Pezza
proporzionale

Centrodestra irraggiungibile ad un anno dal voto? Nessuna paura: in nome della democrazia, la sinistra modifica la legge elettorale, proprio come farebbe un baro con le carte al tavolo da gioco. Naturalmente, senza lasciarci le impronte digitali. Impresa resa facile al Pd dalla dabbenaggine politica di Giuseppe Conte che del cambio del sistema di voto mena addirittura vanto. «La legge proporzionale – ha infatti rivendicato – non la propone il Pd, l’avevo già proposta io quando ero al governo». Neanche si sofferma a riflettere sul perché quel che non gli riuscì allora da Palazzo Chigi gli potrebbe venir facile ora che guida (si fa per dire) un’armata Brancaleone. Ma, si sa, di fronte alle telecamere Giuseppi non resiste più di tanto. A lui piace metterci la faccia, al Pd la sostanza.

I dem: «Proporzionale figlia di un’altra epoca»

Infatti, è il partito di Letta a spingere per il proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento. A parole, il segretario dem si dice un bipolarista convinto. Nei fatti, però, deve cedere alle soverchianti convenienze dei capicorrente insufflati da Nicola Zingaretti. Il governatore del Lazio è stato il primo a gridare al suicidio politico senza la revisione della legge elettorale, seguito dal big del calibro di Andrea Marcucci e Salvatore Margiotta. Al Nazareno non ammetteranno mai che vogliono cambiare legge perché non possono cambiare i sondaggi. O perché la guerra sta svelando crepe irrimediabili nell’alleanza con i grillini. Macché: scomoderanno questioni come «instabilità», «governabilità», la qualunque insomma. Si fa sentire anche il presidente degli Affari Costituzionali della Camera, il grillino Giuseppe Brescia, ma solo per dire che «la discussione deve essere fatta in Commissione». Come se fosse possibile farla dal sarto o dal barbiere.

Si torna alla Prima Repubblica

La parola d’ordine di Pd e M5S è mettere fine «alle coalizioni forzate e al trasformismo» nella rincorsa al premio di maggioranza. «Ci sono coalizioni disomogenee che sono tenute insieme solo da una legge elettorale figlia di un’altra fase politica», azzarda il dem Matteo Orfini. Infatti, lui e i suoi compagni, tutti proiettati nel futuro, vogliono il modello proporzionale della Prima Repubblica: liste separate, fine delle coalizioni e dei collegi uninominali. Tra i nuovisti un tanto al chilo s’arruola anche Azione che, attraverso l’ex-forzista Osvaldo Napoli, brinda alla «tutela della rappresentanza». Il centrodestra, per ora, sta a guardare. Da Forza Italia si fa vivo Antonio Tajani: «La legge elettorale – avverte – non è una priorità nell’ultimo anno di legislatura».

 

 

 

 

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