Legge elettorale, il ritorno del proporzionale non ci riporterà alla Prima Repubblica. Ecco perché

mercoledì 9 Febbraio 17:37 - di Lando Chiarini
proporzionale

Sarebbe certamente un ritorno al passato, ma non certo una tragedia. Parliamo del sistema elettorale proporzionale, spazzato via agli albori degli anni ’90 dai referendum promossi da un dc del tutto atipico nella fauna scudocrociata dell’epoca: Mario Segni. Dire proporzionale equivale ad evocare lo spirito della Prima Repubblica, con i suoi 50 e più governi in cinquant’anni, le sue liturgie bizantine distillate negli alambicchi di “verifiche“, “preamboli“, “equilibri più avanzati” e “convergenze parallele“. Un lessico a metà tra l’onirico e l’esoterico. Non sbaglia affatto, dunque, chi sostiene che proprio quei referendum, così come la coeva inchiesta “Mani Pulite“, furono la miscela che, esplodendo, ridusse in frantumi la partitocrazia ciellenista.

Il proporzionale fu cancellato dai referendum di Segni

Da allora ne è scorsa di acqua sotto i ponti della politica e in trent’anni, di leggi elettorali, la Seconda Repubblica ne ha sperimentate ben tre: Mattarellum, Porcellum e, infine, Rosatellum. Più che rinviare ad ascendenze con quarti di nobiltà, la pomposa desinenza è strettamente imparentata con il latinorum fiutato dal Renzo del Manzoni come premessa e promessa di un imbroglio. Non sarebbe proprio così, ma è pur vero che tra “premi di maggioranza“, “scorpori“, “liste civette” e “miglior perdente” i tre sistemi hanno più complicato che semplificato. Di certo neppure loro hanno sciolto il nodo della governabilità. Non stupisce, perciò, se oggi a prevalere nel discorso pubblico sia più la nostalgia del passato che la difesa dell’esistente.

Impensabile rispolverare gli “opposti estremismi”

A sinistra è certamente così. Nel centrodestra, invece, la situazione è più variegata e oscilla dal “no” netto di FdI, al “” di Lega e Forza Italia, al “” convinto dei cespugli centristi. Non stupisce neanche questo, dal momento che il nostro bipolarismo nasce e si è consolida intorno alla formula “o di qua o di là“, che per un ventennio ha significato  pro o contro Berlusconi. Ma a favore delle ragioni del rifiuto del proporzionale gioca un ruolo anche il timore di favorire il formarsi di una palude centrista a danno delle culture politiche più identitarie. In tal senso, la teoria degli “opposti estremismi” ha funzionato da Gerovital per la nomenclatura della Prima Repubblica.

Tramontata la stagione della democrazia bloccata

Ma è anche vero che era un’altra epoca. In quel contesto, a giustificare la doppia conventio ad excludendum (verso il Pci, a sinistra, e il Msi, a destra) erano ragioni di ordine internazionale (il feroce bipolarismo tra blocco comunista e mondo occidentale). O di carattere storico-costituzionale (la discendenza politica dai Vinti della guerra civile ’43-’45). Ragioni oggi assai rarefatte, se non del tutto eclissate. Insomma, se la Prima Repubblica ruotava intorno ad un partito-perno – la Dccondannato a governare in forza di un vincolo esterno di tipo geopolitico, nella Seconda tutti i leader di ciascuna forza presente in Parlamento hanno ricoperto ruoli di governo.

Il proporzionale “sdoganato” dalla logica dell’alternanza

Morale: sulla base di quale alchimia politica qualcuno oggi potrebbe, ad esempio, precludere a FdI il suo diritto a formare maggioranze? Nessuna. E lo stesso vale a sinistra. Sembra poco ma è tanto. La Prima Repubblica si è sviluppata come democrazia bloccata, la Seconda ha conosciuto l’alternanza. E da qui non si può tornare indietro, con buona pace di chi pensa alla Ue come fonte di un nuovo vincolo esterno, di natura ideologico-finanziaria, per erigere nuovi steccati.  È il motivo per cui sarebbe un errore demonizzare l’opzione proporzionale. Il primo requisito richiesto dalla democrazia ad una forza politica per governare è infatti il consenso popolare. Il resto, come l’intendenza di De Gaulle, seguirà.

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