Armi a Zelensky, Conte sfida Draghi: «Se aumenti la spesa militare, il governo non c’è più»

giovedì 24 Marzo 8:54 - di Michele Pezza
Conte

Se aumentano le spese militari, il governo cade. È questo in sintesi il succo dell’intervista concessa da Giuseppe Conte alla Stampa oggi in edicola. Il capo (congelato) dei 5Stelle è alla spasmodica ricerca di un centro di gravità permanente che proprio come quello cantato da Battato non gli «faccia mai cambiare idea». Se non a lui, a quelli del suo MoVimento che sanno di averlo fatto troppe voleva per permetterselo ancora sulla guerra e sull’aumento delle spese militari. Difendere la trincea del 2 per cento di Pil da destinare ai nostri cannoni è per lui argomento identitario, l’estremo appiglio cui aggrapparsi per ritardare la caduta verticale nei sondaggi.

Così Conte su La Stampa

È il motivo per cui tenta di strambare per rimettersi in favore di vento dopo che i suoi alla Camera hanno votato sì all’aumento delle spese per la Difesa. Conte, ovviamente, dice che non è così. «La questione è un’altra – risponde -. In un momento come quello attuale di caro-bollette, dopo due anni di pandemia, e con la recessione che si farà sentire sulla pelle di famiglie e imprese, non si capisce per quale motivo le priorità debbano essere le spese militari». A giustificarlo, in realtà, ci sarebbe la guerra in corso ai confini della Nato, non proprio un dettaglio. Ma Conte tira diritto: «La guerra non deve suggestionarci». Proprio così, beato lui. Comunque sia, Draghi è avvertito.

In fibrillazione anche la Lega

La sua idea di incrementare gli aiuti militari a Zelensky ora deve fare i conti con la rivolta esplicita di Giuseppi («non potremo fare altro che votare contro») e con quella più silenziosa dei leghisti. Non è un caso se ieri al Senato il capogruppo Massimiliano Romeo ha stigmatizzato i «toni troppo belligeranti di Draghi». Un modo per segnalare una difficoltà crescente anche nel partito di Salvini. Un motivo in più per Conte di non farsi trovare in fuorigioco qualora la Lega dovesse impuntarsi in difesa di quota 2 per cento. Una convergenza, quella tra Lega e M5S, che costringe Repubblica a dare l’allarme: «Tremate, i gialloverdi son tornati».

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