Afghanistan, l’appello degli interpreti: «Non c’è solo Kiev, l’Italia si ricordi di noi in balia dei talebani»

martedì 29 Marzo 14:07 - di Redazione
Afghanistan

«Sono pienamente consapevole della terribile situazione umanitaria che sta vivendo da ormai oltre un mese l’Ucraina, invasa e “violentata” dalla Russia. Conosco bene quella sensazione atroce di impotenza, paura, voglia di resistere. Ho visto qui da noi, in Afghanistan, le scene barbare di devastazione per molti anni, con civili innocenti derubati, assaliti, uccisi. Quello che la Russia sta facendo in Ucraina noi afghani lo abbiamo già vissuto e continuiamo a subirlo. Ed è per questo che mi faccio portavoce di un appello al governo italiano affinché ora, con l’emergenza rifugiati, non dimentichi noi afghani, in balia dei talebani. Noi interpreti, per anni al servizio dei militari italiani qui in missione e oggi in costante pericolo di vita». È l’appello disperato che Omar Fazil Ahmad, per sei anni spalla dei soldati italiani a Camp Arena, a Herat, lancia attraverso l’Adnkronos al governo italiano.

Afghanistan, l’interprete: «L’Italia non ci dimentichi»

«Da vigile del fuoco ho lavorato con le forze italiane fino all’ultimo momento in cui sono state in Afghanistan – racconta – Come me almeno altri 24 interpreti o collaboratori rimasti qui dopo l’operazione Aquila Omnia, hanno inviato tutti i documenti necessari per registrarsi nel database, ma da allora non hanno ricevuto nessuna notizia. La sicurezza nel nostro Paese non è qualcosa che pare più esistere, così come la libertà». È di questi giorni la notizia del divieto per le ragazze afgane di studiare, definito nonostante le iniziali rassicurazioni da parte dei talebani di nuovo al potere dopo il ritiro delle truppe alleate, con la chiusura delle scuole femminili. «Non è cambiato nulla da quando in molti di noi si affollavano in aeroporto o lanciavano i propri figli ai soldati nella speranza di garantire almeno a loro un futuro. La gente si arrampicava sugli aerei pronti a decollare. Perché sapeva l’incubo nel quale saremmo risprofondati, ancora una volta».

 

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