Erika De Nardo, la nuova vita sul lago di Garda col fidanzato conosciuto nell’ospedale psichiatrico

venerdì 18 Febbraio 15:48 - di Redazione

Erika De Nardo prova oggi a vivere un’altra vita. A lasciarsi alle spalle gli incubi di un passato di orrore. Aiutata e supportata dal padre che non ha mai cessato di starle accanto. Il giornalista della Stampa Niccolò Zancan l’ha rintracciata nell’azienda agricola dove lavora, in un paesino sul lago di Garda. Ma lei preferisce non parlare. 

Più di venti anni fa l’Italia inorridì per il delitto di Novi Ligure. Lei, Erika, all’epoca 16 anni, e il suo fidanzato Omar Favaro, 17 anni, uccisero a coltellate la madre di lei e il fratellino di 10 anni. Era la sera del 21 febbraio 2001. I due “fidanzatini” avevano condannato anche il padre di Erika, Francesco De Nardo, ma Omar alla fine si tirò indietro. Era stanco. In tutto avevano sferrato quasi cento coltellate. Provarono a dare la colpa agli “albanesi”, ma ci volle poco per capire chi erano i veri autori di quel massacro familiare.

“Francesco De Nardo – ricorda Zancan – è stato accanto a sua figlia nel processo e nei dieci anni di carcere, durante i quali lei si è laureata in Filosofia. Anni in cui in televisione si commentavano le lettere d’amore che lei riceveva, da aspiranti o presunti fidanzati. Scarcerata definitivamente il 5 dicembre 2011 mentre era nella comunità Exodus di Don Mazzi a Lonato, Erika De Nardo aveva già incominciato a tessere la trama della sua nuova vita. Perché è stato proprio in quel tempo, in attesa della libertà, che Erika De Nardo ha incontrato l’uomo con cui è fidanzata da molti anni. È un musicista di 47 anni che abita nella zona del lago di Garda. L’aveva incontrato per la prima volta all’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, dove lui andava a aiutare come volontario. Sono rimasti legati”.

Nulla si sa di Omar Favaro.  Secondo la pm Livia Locci, che coordinò le indagini sul delitto, la causa di quel massacro non fu la droga, ma la distanza tra Erika e i suoi genitori. L’incomunicabilità. La mancanza totale di empatia. In una intervista al Corriere Livia Locci sottolineò un aspetto. “Non dimenticherò mai che, nel momento dell’omicidio, Erika indossava un paio di jeans ricamati dalla mamma. Questa cosa mi aveva colpito molto: la madre glieli aveva ricamati. Era tutt’altro che una mamma non presente, ma non c’era una comunicazione autentica”. Anestesia emotiva, questo il movente di un delitto così atroce. Chissà se sono avvenute trasformazioni profonde, dopo oltre vent’anni, in quegli animi così lacerati.

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