Caos Procure, ammessi 40 testi al processo contro Palamara e Fava. il primo sarà l’aggiunto Ielo

giovedì 10 Febbraio 18:36 - di Redazione
Palamara

Sarà Paolo Ielo, procuratore aggiunto di Roma, il primo testimone a essere sentito, il prossimo 16 febbraio, dal tribunale di Perugia nel processo che vede imputati l’ex magistrato romano Stefano Rocco Fava e l’ex consigliere del Csm Luca Palamara. Per entrambi, l’accusa – sostenuta dai pm Gemma Miliani e Mario Formisano – è rivelazione di segreto d’ufficio. È quanto scaturito dall’udienza di oggi. Ielo sarà il primo della lunga lista di testi (una quarantina circa) indicati dalla procura di Perugia, dalle difese e dalle parti civili. Il tribunale ha anche rigettato l’eccezione di nullità del decreto che dispone il giudizio proposta dalle difese mentre ha ammesso, tra l’altro, una intercettazione eseguita con il trojan il 16 maggio del 2019 tra Palamara e Fava.

Palamara risponde di violazione del segreto d’ufficio

Secondo la difesa di quest’ultimo, dal colloquio emerge «la prova decisiva che dimostra la sua innocenza». Ma l’udienza odierna ha registrato soprattutto le dichiarazioni spontanee di Palamara. «Dalle intercettazioni non emergono contatti con i giornalisti a cui sarebbe stata propagata la notizia. Io sono qui e non capisco nemmeno il perché», ha detto l’ex-consigliere del Csm. «Il dibattimento – ha poi ribadito al termine dell’udienza – chiarirà tutto». Il processo riprenderà il prossimo 16 febbraio. Nel dettaglio delle accuse ipotizzate, la Procura guidata da Raffaele Cantone contesta agli imputati di aver rivelato ai due quotidiani notizie «che sarebbero dovute rimanere segrete».

«Il dibattimento chiarirà tutto»

In particolare,  «che Fava aveva predisposto una misura cautelare nei confronti di Amara per il delitto di autoriciclaggio. E che anche in relazione a tale misura il procuratore della Repubblica non aveva apposto il visto». L’ex-pm deve inoltre rispondere di accesso abusivo a sistema informatico e di abuso d’ufficio. Secondo l’accusa, infatti, Fava si sarebbe introdotto nei sistemi informatici Sicp e nel Tiap per ragioni diverse dai suoi compiti. L’intento, per la Procura, «era di avviare una campagna mediatica ai danni di Pignatone, da poco cessato dall’incarico di procuratore di Roma e dell’aggiunto Paolo Ielo». Che deporrà la prossima settimana. Il processo contro Palamara e Fava promette nuove rivelazioni.

 

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