“A scuola vestite come tr..e”: dopo il caso Righi, il post sessista di un prof dell’Orazio scatena l’inferno

lunedì 21 Febbraio 15:40 - di Chiara Volpi
prof Orazio

Dopo il “Caso Righi”, le cronache rilanciano un Righi bis. E non solo perché il nuovo prof al centro della vicenda è un ex insegnante del celebre liceo scientifico romano ora in forza come supplente all’istituto Orazio. Ma soprattutto perché l’intervento del docente in questione, avvenuto via social, si riallaccia alla vicenda della collega che avrebbe ripreso una studentessa a pancia scoperta per outfit e comportamento “sfoggiati” in classe, dicendole: «Non sei sulla Salaria». Un episodio a cui il supplente finito nel mirino polemico di alunni e presidi, si è improvvidamente collegato postando sulla sua pagina Facebook: «Oggi facciamo una preghiera, anche laica, per tutti quelli che mandano le figlie a scuola vestite come troie», firmando una esplicita allusione a quanto avvenuto al Righi.

Scuola, dopo la docente del Righi nella bufera anche il prof dell’Orazio

E stigmatizzando in un post un commento eccessivo, indifendibile, per cui ora il diretto interessato rischia dalla sanzione fino a un procedimento penale e al licenziamento. E per cui incassa già da 48 ore la reprimenda che – dai presidi che ne hanno richiesto la sospensione dall’insegnamento. Fino agli studenti. Passando per le famiglie destinatarie a loro volta del messaggio che il prof ha sganciato nell’etere – attende solo di formalizzarsi in una sanzione disciplinare. Insomma, la scuola torna al centro di un altro episodio destinato ad aprire un dibattito polemico infinito. E stavolta non c’entra la pandemia, il lockdown o la Dad. L’esame con o senza scritti. No, stavolta la faccenda è decisamente più sottile e intrinseca proprio a un mondo che torna a fare i conti con se stesso.

Accuse sessiste e dibattito accademico: tutto passa per i social

Un universo in fermento ben prima del Covid e che lo stravolgimento di regole e abitudine legate al quadro epidemiologico ha solo fatto in modo che si scoperchiasse ancora una volta il vaso di Pandora. Con i social a parlare ex cattedra e il controllo dei docenti sugli studenti che ha perso peso e misure. Un mondo alla ricerca di un suo «centro di gravità permanente», direbbe il Maestro Battiato, che la cultura pre e post sessantottina ha contribuito a smantellare e disorientare. E che una certa cultura politica e sociale che, inseguendo l’inclusività, e in nome di una giusta lotta alla discriminazione, ha finito però per omologare ed equiparare ruoli e poteri. Con la distanza tra cattedra e banchi che si è abbattuta per entrambe le componenti di una classe. E con tutti che usano lo stesso linguaggio per interloquire gli uni con gli altri. Con buona pace di autorevolezza, buon gusto e buon senso.

Le possibili conclusioni della vicenda del prof dell’Orazio

E allora, poco importa come si concluderà anche quest’ultima vicenda. Come procederà il dibattito incentrato su accuse sessiste indirizzato dagli studenti dell’Orazio al prof che si è messo al centro del mirino. Sapere in cosa culminerà la pubblica abiura che la dirigente dell’Istituto e il presidente dell’Anp (Associazione nazionale presidi) di Roma, hanno già pubblicamente formalizzato. Persino attendere l’iniziativa degli studenti, in programma per la settimana, che più o meno ci si aspetta che ricalcherà le orme dell’ultimo allestimento di piazza.

Scuola, non solo Orazio e Righi: c’è un mondo da riformare

In fondo, come insegnano i classici e come ebbe a dire Aristotele: «In medio stat virtus». Per cui, forse, la sintesi più equilibrata è quella che ci arriva da Cristina Costarelli, a capo dei presidi di Anp Lazio. La quale fa notare come le vicende del Righi e dell’Orazio siano diverse ma collegate. E come, se è vero che nella scuola «esiste un dress code non scritto, che rientra nella sfera dell’opportunità, del buon senso e del buon gusto», questo non significa che un docente debba esprimersi in quella maniera rispetto al genere femminile. «Che è una cosa intollerabile e grave». Ma significa, altresì, che la scuola è chiamata a guardarsi dentro – e non solo all’ombelico verrebbe da dire con una facile allusione – e a rifondarsi. E questa, allora, è tutta un’altra storia

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