Michela Murgia vittima di se stessa, processata dai transessuali: ha usato un linguaggio “sacrilego”

mercoledì 22 Dicembre 10:12 - di Alberto Consoli
Murgia

Chi di politicamente corretto colpisce, di politicamente corretto perisce. E’ capitato alla scrittrice Michela Murgia. Quando si dice il karma. La scrittrice ha usato il maschile per riferirsi ai registi di «Matrix», che però hanno cambiato sesso. E i trans si sono subito accaniti:  «Rimproverava i suoi colleghi e adesso fa come loro». Si dà il caso che le maglie del pensiero mainstream si siano talmente ristrette che gli stesso paladini che lo hanno promosso ne hanno perso il controllo. La Murgia, padina del linguaggio inclusivo fino al parossismo, fino alla lettera neutra schwa, per la quale la Crusca l’ha bocciata, è finita nel tritacarne della furia Lgbt. Accusata di linguaggio transfobico. Da ridere: punita per contrappasso.

Murgia accusata di linguaggio transfobico

Ora sa che cosa significa finire tacciata di transfobia. Come accaduto  alla “mamma” di Harry Potter, J.K. Rowling, che per aver difeso il primato del sesso biologico sul genere, è stata massacrata  e minacciata. Quando si innesca un meccanismo perverso prima o poi a  finirci imbrigliate sono  le stesse scrittrici alleate del movimento arcobaleno. La Murgia nel corso del podcast “Morgana2, che cura insieme all’autrice Chiara Tagliaferri, si è incentrata sulla storia di Lana e Lilly Wachowski, registe e produttrici di Matrix (che ora torna al cinema con il quarto capitolo della saga): sono Larry e Andy prima del cambio di sesso. “Sono insomma entrambe donne transgender – ripercorre Libero il caso-  in passato conosciute come fratelli Wachowski e, successivamente, come sorelle Wachowski.

Murgia, la vestale del linguaggio inclusivo accusata di “sacrilegio”

Ebbene, la Murgia, che pure dovrebbe muoversi con disinvoltura nel raccontare queste vicende delicate, ha sbagliato desinenze. Ha impiegato  sia le desinenze maschili sia quelle femminili rivolte a Lana e Lilly. Sacrilegio, hanno gridato si Instagram le vestali dei dogmi Lgbt. Lo ha riportato il sito Vigilanzatv, poi ripreso da Dagospia. Le curatrici di “Morgana” sono state accusate di  due gravi offese: “il «misgendering», ossia l’uso sacrilego delle desinenze maschili e femminili;  e il «deadnaming», vale a dire l’offensivo impiego del nome – e quindi del genere – che apparteneva alla persona transgender prima del cambio d’identità. Questo pandemonio assurdo è un meccanismo perverso che la Murgia ha contribuito a creare nei suoi interventi e nei suoi scritti. Ora si trova paradossalmente, proprio lei nel mirino. Una stoccata di Crosetto, tempo fa, colse il punto, definendola “tatalitarista a sua insaputa” nel proporre i suoi dogmi linguistici come legge ferrea. Ora forse la scrittice coccolata dai radical chic capisce il senso di quelle critiche.

Le polemiche social e la sua difesa d’ufficio

«Ma è possibile dover ricordare ancora una volta», si è chiesto un utente, «che non si parla di persone trans usando il deadname e il genere assegnato alla nascita?». «Quando c’era stata la vicenda di Ciro Migliore», ricorda lo stesso utente, «Murgia si era esposta pubblicamente spiegando a colleghi e pubblico perché bisognasse parlare al maschile; e usare il nome Ciro. E adesso 50 minuti di deadnaming e misgendering». Processata sul web: «Ci chiedono il deadname tutti i giorni, usano i pronomi che preferiscono perché “si sbagliano”»: lo denuncia un’altra utente, evidentemente transgender: «questa non è informazione, è stato un massacro per le centinaia di migliaia di persone trans in Italia». Tutto il mondo transgender si è sentito “tradito” dalla “madrina”  del politicamente corretto. Lei, presa in contropiede, si è difesa come ha potuto: «Abbiamo discusso molto prima di scrivere la puntata. Sapevamo che qualunque scelta sarebbe stata problematica». In attesa degli sviluppi la Murgia capirà di avere cotribuito a creare un “mostro”? Il linguaggio piegato all’ideologia è un’arma a doppio taglio per chi lo usa: ci sarà sempre qualcuno più politicamente corretto di te, abilitato a denunciare e a minacciare. Forse uscirne è troppo tardi.

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