Luca Attanasio, il Pam vuole evitare il processo. Delmastro: «Di Maio riferisca, serve verità» (video)

30 Dic 2021 16:10 - di Sveva Ferri
luca attanasio

È atteso per le prossime settimane l’avviso di conclusione indagini sulla morte dell’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, e del carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci, uccisi in Congo il 22 febbraio. Sul lavoro della Procura di Roma, però, pesa l’atteggiamento del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, che rifiuta la collaborazione, trincerandosi dietro l’immunità diplomatica di cui godono i propri funzionari. Anche – secondo l’agenzia dell’Onu – quel Mansour Rwagaza, responsabile della sicurezza del convoglio, che la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo per omessa cautela.

La ricostruzione della Procura di Roma

A ricostruire quello che si annuncia come uno scontro diplomatico-giudiziario è stata oggi Repubblica, ricordando che nel corso delle indagini e dopo aver sentito Rwagaza, i magistrati romani, coordinati dal il procuratore aggiunto, Sergio Colaiocco, si sono convinti del fatto che Attanasio, Iacovacci e l’autista Mustafa Milambo siano finiti vittime, oltre che dei criminali che li hanno assassinati, anche delle gravi mancanze nel sistema di sicurezza del Pam. In particolare, pur essendo noto che la zona attraversata dal convoglio era soggetta ad attacchi da parte di predoni, la sicurezza del Pam non avrebbe chiesto l’autorizzazione per Attanasio e il suo team nei tempi necessari per ottenere la scorta armata, le auto non erano blindate e i giubbotti antiproiettili erano nel portabagagli. Inoltre, dai documenti inerenti la trasferta sarebbero stati omessi i nomi di Attanasio e Iacovacci, la cui presenza, invece, avrebbe garantito automaticamente la scorta.

Il braccio di ferro diplomatico-giudiziario con il Pam

Circostanze delle quali Colaiocco ha chiesto conto a Rwagaza durante l’interrogatorio, senza che il funzionario del Pam sapesse fornire spiegazioni congrue. Di fronte all’iscrizione nel registro degli indagati, però, l’agenzia dell’Onu ha sollevato un muro, opponendo l’immunità diplomatica del proprio personale. Tesi contestata dalla Procura, che ha ricordato che lo scudo vale unicamente per il personale accreditato in Italia, quindi non per Mansour che è accreditato solo in Congo. Dunque, può finire a processo. Si tratta di un’interpretazione che vede al fianco dei magistrati anche la Farnesina, ma che cionondimeno finirà per essere oggetto di un braccio di ferro con il Pam.

Delmastro: «A Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci dobbiamo la verità»

Sulla questione ha richiamato l’attenzione della politica FdI. Il deputato Andrea Delmastro, infatti, al termine della seduta di oggi alla Camera, ha preso la parola per chiedere che il Parlamento sia informato di quanto sta accadendo e per ribadire la necessità di supportare in tutti i modi l’impegno per la ricerca della verità profuso dalla Procura e anche dalla Farnesina. «Sappiamo che il ministro degli Esteri sta conducendo una battaglia per avere verità. Noi chiediamo che il ministro venga a conferire in Parlamento perché vogliamo la verità per Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci, due servitori dello Stato», ha detto Delmastro, ricordando che l’Italia finanzia il Pam e quindi può «mettere in atto operazioni politicamente importanti per difendere la verità, la dignità nazionale e l’onorabilità e la memoria di due servitori dello Stato, perché se rimangono impuniti è una mortificazione per le loro famiglie e un oltraggio per l’Italia».

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