Disastro Kamala Harris, altro che rivoluzionaria: è un vuoto prototipo politically correct. Ecco perché

lunedì 27 Dicembre 15:48 - di Lara Rastellino
Kamala Harris

«Se è Kamala Harris l’ultima barriera fra noi e un secondo Trump, allora che Dio ci aiuti». Il commento tombale su di lei, emanato da Matt Lewis sul Daily Beast, fotografa la disfatta sul campo di Kamala Harris: colei che doveva rappresentare l’amazzone di un acciaccato Joe Biden. E che invece si è fin qui rivelato un esemplare  zoppo su cui puntare. Figlia del melting pot, nata da madre indiana e padre giamaicano, la guerriera che doveva essere la vera leader nell’Amministrazione Biden è caduta definitivamente proprio sui cavalli di battaglia della scuderia democratico-progressista. Sulla causa della gestione dell’immigrazione e su quella della spesa pubblica. Lei, chiamata a simboleggiare l’esatto opposto del presidente a cui fa da vice: anziano. Maschio. Bianco e cattolico (e dunque, scrive oggi Rampini in un dotto e argomentato servizio sul Corriere della sera, «rivoluzionaria» per definizione), ha fallito. Tradendo un’immagine propagandata a lungo e smentita in poche, salienti, occasioni cruciali.

Kamala Harris, la discesa agli inferi di sondaggi e critiche

Già, perché oggi, a dispetto di facili annunci ed effetti speciali che stupirono elettori e commentatori d’oltreoceano nella prima ora della sua nomina, Kamal Harris versa in una crisi d’immagine e di consensi implacabile. Altro che «vera leader nell’Amministrazione Biden». Ma quale «speranza del futuro» concentrata tutta intorno alla vicepresidente designata: la Harris è stata la prima ad affondare nei sondaggi, senza mai smettere. La sola a fare peggio dello stesso Biden. Tanto che, riferisce lo storico inviato dagli States, «è la più impopolare degli ultimi quattro vicepresidenti. I media hanno ribaltato la narrazione su di lei, oggi ne parlano come di una incompetente (non studia i dossier), arrogante. A tratti isterica. Il sessismo abbonda nei commenti e lei se n’è lamentata con i suoi collaboratori. Confidando che sarebbe stata trattata diversamente se fosse un maschio bianco»… Ma tant’è: e non c’è fine al suo declino. Come dimostrano la fuga ininterrotta dei membri del suo staff. L’emorragia inarrestabile di consensi che i sondaggi traducono in cifre da record negativo. E i ritratti impietosi che i media restituiscono di lei…

La crisi d’immagine comincia con una descrizione di lei calzante solo al politically correct

Una crisi, quella di Kamal Harris, a cui corrisponde all’opposto il successo di un senatore democratico moderato, Joe Manchin. E che, spiega Rampini, ha radici e proiezioni futuribili ben più ampie: «Con ricadute potenziali sul mondo intero» relative alla trattazione di temi nodali che, dall’immigrazione alla spesa pubblica, segnalano come «nel partito democratico è cominciata la riscossa dei centristi». Insomma, i democratici, alle prese con la necessità di riformulare e riconvertire i loro messaggi di base, non riescono a mantenere quanto promesso in campagna elettorale. E, scrive non a caso Rampini sul Corriere, «quel che rimane dell’agenda di riforme ha ricevuto un colpo formidabile». Ma, soprattutto, dalla dissertazione della firma del quotidiano di via Solferino, quel che sarebbe venuto a franare è proprio quel guazzabuglio di ragioni che ha fatto da architrave alla costruzione dell’immagine pubblica di Kamala Harris, ben lontana dalle reali caratteristiche dell’archetipo.

Scelta dal presidente Biden per ragioni e caratteristiche “estetiche” opposte alle sue

E allora, scrive Rampini oggi: «Biden aveva scelto la Harris per ragioni letteralmente estetiche: donna, cinquantenne, e discendente da ben due minoranze etniche, indiana e afroamericana». Ossia, un prototipo all’esatto opposto del presidente: «Vecchio. Maschio. Bianco. Cattolico. Perciò era «rivoluzionaria» per definizione». Ma, spiega l’inviato in un inciso che diventa dirimente: «La vera Harris non corrispondeva a quello stereotipo. Sua madre veniva dall’India, ma dalla casta privilegiata dei bramini tamil, ed era una brillante ricercatrice medica all’università di Berkeley. Il padre era giamaicano, ma un noto economista, una celebrity accademica. Come ministra della Giustizia in California la Harris aveva inflitto pene severe ai criminali, in contrasto con la filosofia delle procure progressiste».

Ma Kamala Harris non è mai stata “rivoluzionaria” come i media l’avrebbero descritta…

E ancora. «La sua biografia si prestava a tutt’ altra narrazione: la storia dei suoi genitori è l’apoteosi di un American Dream costruito da élite di immigrati iperqualificati che diventano classe dirigente e adottano le regole del gioco anglosassoni. Il contrario dell’attuale ideologia politically correct. E ora, per salvarla dagli abissi dell’indice di gradimento in cui è piombata, ci vorrebbe un miracolo. Una strategia ben più convincente di quella che l’ha portata alle “stelle”… e poi lasciata precipitare nelle famigerate “stalle”.

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