Davide Giri, l’omicidio ignorato dai liberal Usa. Rampini denuncia i danni del Black lives matter

martedì 7 Dicembre 15:51 - di Valeria Gelsi
davide giri

Qualcuno l’avvertimento l’aveva lanciato: attenzione a osannare il Black Lives Matter, creerà solo nuove forme di razzismo e ingiustizia. Oggi che i clamori delle proteste e delle genuflessioni sono finiti, il conto di quella stagione si presenta in tutta la sua drammaticità dopo l’omicidio efferato di Davide Giri a New York, passato in sordina sul «quotidiano di riferimento per la città e per la nazione»: il New York Times. La denuncia di quanto «distratto e reticente» sia stato il quotidiano arriva da Federico Rampini, giornalista e storico corrispondente dagli Usa, dei quali ha preso anche la nazionalità.

L’omicidio di Davide Giri ignorati dalla «stampa liberal»

«Se la stampa liberal minimizza l’omicidio del ricercatore italiano», è il titolo del lungo articolo che Rampini firma oggi sul Corriere della Sera, nel quale, partendo dal dato del titolo, svolge un’analisi delle conseguenze dell’appiattimento di certi ambienti culturali e politici sul Blm, che hanno finito per trasformare le istanze di equità in protervia militante al punto da nascondere una notizia e i dettagli utili a capirla pur di non dover recedere neanche di un passo rispetto ai diktat ideologici. «”Le vite dei neri contano” è uno slogan che per Black Lives Matter sembra applicarsi solo quando gli assassini sono bianchi e razzisti», scrive Rampini, ricordando anche che «la stragrande maggioranza delle morti violente, tra i Black come tra gli ispanici, passano inosservate perché i killer appartengono allo stesso gruppo etnico». Figurarsi, dunque, quale diritto di cronaca può rivendicare il caso di un ragazzo bianco ucciso da un giovane afroamericano.

L’identikit dell’afroamericano fermato per l’assassinio

Rampini ricorda come il New York Times e tutta la stampa Usa più blasonata abbiano omesso informazioni sul killer essenziali per capire fino in fondo la vicenda dell’omicidio di Davide Giri. Ovvero che il 25enne fermato per l’assassinio, Vincent Pinkney, è il membro pregiudicato di una delle più feroci gang americane, la Everybody Killas, che si finanzia con la droga e ha diramazioni fino in California, «più volte arrestato per crimini violenti, condannato a una pena lieve, rilasciato prima di averla scontata» e a piede libero «nonostante fosse sospettato di aver commesso un’aggressione recente».

La “distrazione” del New York Times su Davide Giri

Nulla di tutto ciò compare sul New York Times, dove l’omicidio di un ragazzo straniero di 30 anni, dottorando in una prestigiosissima università newyorkese ha trovato spazio solo «nelle pagine locali, con scarsa visibilità». E questo nonostante Pinkney abbia accoltellato un altro giovane, per una casualità anche lui italiano, e abbia aggredito una coppia. «Per trovare queste notizie, diffuse dalle forze dell’ordine – ha chiarito Rampini – bisogna andare sui siti di qualche tv locale, oppure di un tabloid populista, il New York Post».

«A parti rovesciate, tragedia in prima pagina»

«L’interesse del quotidiano (il Nyt, ndr), e il vigore investigativo messo in campo, sarebbero stati diversi a parti rovesciate. Se cioè – ha commentato Rampini – la vittima fosse stata afroamericana e l’omicida un bianco; a maggior ragione se quel bianco fosse stato un membro di qualche organizzazione che predica e pratica la violenza, per esempio una milizia di destra. La tragedia sarebbe finita in prima pagina, un team di reporter sarebbe stato mobilitato per indagare l’ambiente dell’omicida, la sua storia e le sue motivazioni».

Le «purghe» nelle redazioni dei media progressisti

Rampini dunque si sofferma sull’aspetto dolente e allarmante di tutto ciò: il fatto che «il New York Times ha scelto una reticenza coerente con la linea editoriale degli ultimi anni». Vale a dire quella del «giornalismo resistenziale», scelta dalle «redazioni dei media progressisti» durante la presidenza Trump e sull’onda dell’omicidio dell’afroamericano George Floyd e del movimento Black Lives Matter che ne è seguito. Su questa scorta «i principali quotidiani hanno abbracciato lo slogan “tagliamo fondi alla polizia”» e «minimizzato saccheggi e violenze avvenuti con il pretesto dell’antirazzismo». Ugualmente testate come il New York Times hanno provveduto a «una purga all’interno della redazione», allontanando «diversi reporter che non erano allineati con il radicalismo di Black Lives Matter».

Quelle voci isolate sui rischi dei nuovi diktat ideologici

«Qualche voce dissenziente resiste isolata», ha precisato quindi Rampini, ricordando il caso dell’opinionista Bret Stephens. Era proprio lui che a giugno di quest’anno avvertiva che «non dovrebbe essere difficile capire che risolvere il vecchio razzismo con un nuovo razzismo produrrà solo più razzismo. La giustizia non può mai essere ottenuta cambiando le carte in tavola». Un monito che, pur non censurato dal Nyt, è comunque rimasto inascoltato.

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