Una manovra tutta di corsa: il Parlamento non conta nulla e i partiti si litigano le briciole

venerdì 12 Novembre 15:40 - di Gabriele Alberti
Manovra

Manovra fuori tempo massimo. Come sottolineato anche in queste ore da Giorgia Meloni, con 20 giorni di ritardo il testo definitivo della manovra si appresta a sbarcare in Senato. Ai  parlamentari resta giusto il fine settimana e una porzione del lunedì per leggere il tutto, pochissimo. Il timing è il seguente: l’apertura della sessione di bilancio martedì, poi  le commissioni Bilancio di Camera e Senato inizieranno con le audizioni di soggetti istituzionali, associazioni e categorie. E arriviamo più o meno a giovedì; o forse mercoledì, azzarda qualche ottimista.  La commissione Bilancio del Senato sceglierà i relatori e, concluse le audizioni, avvierà la discussione generale. Poi si arriva a lunedì 29 novembre, dopo la presentazione degli emendamenti.

Manovra, il timing “forzato”

Tutto di corsa. Nell’analisi della Verità  si preannuncia “anche quest’ anno una sorta di monocameralismo di fatto nell’esame del provvedimento. Tradotto, per il terzo anno di fila si arriva così in ritardo alla discussione in Aula, che l’iter normale previsto dalla migliore Costituzione del mondo deve essere forzato”. Tradotto ulteriormente, non ci sarà il tempo affinché sia dalla Camera sia dal Senato vaglino il testo per poi farlo ritornare nelle commissioni competenti. Quindi cosa accadrà? “Non è un caso che anche quest’ anno sia stato fissato un budget (circa 500 milioni, l’anno scorso erano 800)”, leggiamo sul quotidiano di Belpietro. 500 milioni di euro  “per gestire l’inserimento degli emendamenti con le relative voci di spesa. Esattamente la stessa logica – – è il commento – che ha portato il governo a creare un fondo da 8 miliardi da destinare al taglio delle tasse”.

Draghi decide e i partiti non toccano palla

Morale, il governo Draghi “ha deciso di non scegliere”. Ha delineato il perimetro entro il quale i partiti si possono muovere per chiedere modifiche. 500 milioni per i “ritoccchini”.  Ma si tratta di briciole. Il premier ha fissato i paletti generali, la sua visione economica, d’intesa con i parametri europei, che non deve essere modificata. All’interno di questo tracciato i partiti avranno agibilità di manovra limitata, su singoli articoli “di contorno”. Rendere il Parlamento un accessorio è il dato che emerge dai tempi più o meno imposti all’iter della manovra. I partiti faranno un magra figura da comprimari, ” pronti a raccogliere le briciole”. Così si alimenta un circolo vizioso: “I partiti non generano statisti perché sono comitati elettorali. Al tempo stesso non toccando palla sono costretti a essere comitati elettorali permanenti. Per sopravvivere”. Un’analisi spietata ma rende bene l’empasse che vivono le nostre istituzioni.

Draghi aveva promesso una riforma fiscale di cui non c’è traccia

Prendiamo il fisco: “La partita che si giocherà sugli 8 miliardi di tagli. Da un lato Pd, ma anche Fdi e 5 stelle vorrebbero usare tutto per il taglio del cuneo fiscale. La Lega ha fatto sapere di voler ampliare la flat tax a 100.000 euro; e di destinare più risorse alle pensioni di invalidità”. Chi la spunterà? “La coperta resta cortissima”, i partiti troveranno un compromessio al ribasso e “non ci sarà alcuna riforma fiscale. Non ci sarà nel 2022. E forse nemmeno nel 2023” Perché? Nell’analisi si fa riferimento al governo Prodi che  «investì» per tagliare il cuneo fiscale  10 miliardi. Furono già pochi allora e infatti la misura non stimolò i consumi. “Figuriamoci con 8 miliardi stiracchiati cosa potrà succedere”. Dunque, i partitti si potranno contendere un mix “un po’ di  cuneo, un po’ Irap e qualcosina sulle aliquote”. Poca roba, nulla di strutturale. Il che cozza con quanto Draghi promise al tempo del suo insediamento:  avviare una vera riforma fiscale sul modello di quanto accaduto alla fine degli anni Cinquanta. Nulla di tutto questo c’è all’orizzonete. Oggi Meloni e Salvini hanno affermato che non sarà scontato l’ok alla manovra. Vedremo che ne sarà di questo testo “lievitato” a  219 articoli che nell’insieme, come detto dalla Meloni delinaeno i contorni di una manovra poco coraggiosa.

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