“Michele Merlo poteva essere salvato”: indagati i medici in Veneto che sbagliarono la diagnosi

sabato 20 Novembre 20:03 - di Luisa Perri
Michele Merlo

La perizia parla chiaro. Se il cantante Michele Merlo fosse stato sottoposto in tempi rapidi a esami del sangue, sarebbero emersi i segnali di una emopatia acuta che avrebbe comportato il ricovero e l’inizio di una terapia adeguata. Fosse andata così le probabilità di sopravvivenza sarebbero state tra il 79 e l’87 per cento.

Lo scrive il Corriere della Sera, riportando la testimonianza dei genitori di Mike Bird, nome d’arte del cantautore veneto. Aspettano infatti risposte dalla sera del 6 giugno, quando il cantautore morì, a soli 28 anni, all’ospedale Maggiore di Bologna per l’emorragia cerebrale provocata da una leucemia fulminante. La Procura di Bologna ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, disposto l’autopsia e incaricato due periti – il professor Antonio Cuneo e il dottor Matteo Tudini – di stabilire se potevano esserci delle responsabilità.

I medici che hanno tenuto in cura Michele Merlo fino alla morte per ischemia cerebrale non hanno responsabilità legate al decesso, ma sarebbero potuti intervenire con esiti diversi in epoca precedente. Il trasferimento del fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti alla Procura di Vicenza è stato richiesto per indagare sul periodo che ha preceduto il drastico peggioramento che ha provocato il decesso dell’ex concorrente di X Factor e Amici.
È emerso, infatti, che nel mese di maggio Michele Merlo avesse consultato alcuni medici di Vicenza e di Padova, a Rosà e a Cittadella, mostrando alcuni ematomi comparsi su una gamba e denunciando altri episodi di sanguinamento.
La situazione che aveva spinto il giovane a rivolgersi ai medici, nonostante le visite a cui si era sottoposto, continuava a peggiorare senza ottenere un parere medico esaustivo che gli consentisse di ricevere le cure necessarie. Proprio in questo contesto, si inseriscono le indagini avviate dalla Procura di Vicenza.

A Michele Merlo diedero solo una pomata

«Il 26 maggio Michele stava già male – racconta il padre al Corriere – e si presentò al Pronto soccorso di Cittadella con dolori e uno strano ematoma alla gamba. Ma tre ore dopo il triage, era ancora in attesa. Così, scocciato, andò via». Da casa, spedì un’email allo studio del medico di famiglia di Rosà (in provincia di Vicenza, dove il giovane abitava) allegando la foto dell’ematoma. «Ma dallo studio associato lo richiamarono rimproverandolo per aver spedito l’immagine. Allora mio figlio si presentò di persona e fu ricevuto da qualcuno, quasi certamente non il suo medico, che si limitò a massaggiargli la gamba con una pomata». Ora spetterà ai magistrati capire chi ha sbagliato ed eventualmente procedere per il rinvio a giudizio per omicidio colposo.

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