Macron, da «uomo delle lobby» a «presidente da votare»: le capriole di Di Maio sbarcano all’estero

lunedì 29 Novembre 12:39 - di Marzio Dalla Casta
Di Maio

E poi ci meravigliamo se la gente diserta le urne o se – assicura Renato Mannheimer – il 41 per cento di elettorato si dichiara stufo dell’attuale offerta politica. In realtà dovremmo stupirci di quelli che ancora non dichiarano di esserlo. Già, perché mai un cittadino dovrebbe avere fiducia in un Luigi Di Maio che da mesi non fa che scusarsi per quanto da lui detto (molto) o fatto (molto poco) nel recente passato? L’ultima capriola solo ieri al Festival dell’ottimismo organizzato dal Foglio e rimbalzata oggi sul Corriere della Sera: «Se fossi francese voterei Macron». Bene, bravo, bis.

Così Di Maio alla festa del Foglio

E dire che solo due anni fa (anni, non secoli) aveva accusato monsieur le President di «lavorare più per le lobby che per i cittadini». Lo disse nelle vesti di ministro dello Sviluppo economico. E, per giunta, dopo aver fatto cheese davanti al fotografo che lo immortalava in compagnia dei Gilet Gialli francesi che ogni sabato mettevano le città a ferro e a fuoco. Quale fiducia può dunque ispirare un leader che in due anni passa da una stroncatura ad un endorsement senza spiegare quale voce o quale visione lo abbia folgorato sulla via di Parigi? Politica non è chiedere scusa per ritagliarsi uno strapuntino sul lato comodo del dibattito. Né serve defilarsi lungo la scorciatoia della pandemia «che ha cambiato tutto». Troppo facile.

Vuole solo galleggiare

Eppure, è proprio questa la strada scelta da Di Maio. Ormai lo fa su tutto e neanche fa più notizia. Un tempo, per annunciare le proprie svolte, i partiti celebravano i congressi. Oggi i leader si limitano a svoltine quotidiane via Twitter o Facebook. Di Maio, invece, per dare conto dei suoi contorcimenti ha scritto addirittura un’autobiografia (a 35 anni, manco fosse Napoleone). Un compendio dei suoi abbagli. Ma il ministro è troppo poco scapigliato per risultare credibile. Il suo volto rasato e disteso non tradisce mai la sofferenza causata dall’impeto, ma solo il calcolo dell’impostore che vuol restare a galla. Pur sapendo che quasi mai quel che si vede dondolare sopra il pelo dell’acqua è bello da vedere o, ancor più, da toccare.

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