I “guerriglieri antifascisti” non sfornano più uno straccio di idea. Gli rimane solo il pensiero unico

sabato 6 Novembre 14:26 - di Adalberto Baldoni
antifascisti

Bene ha fatto Il Secolo d’Italia, nei giorni scorsi, a riprendere i passi salienti di un articolo del noto sociologo Luca Ricolfi che ha iniziato a collaborare con Repubblica. Il pezzo di Ricolfi, ha suscitato polemiche da parte della sinistra che come suo costume ha attaccato il sociologo anche sul piano personale.  Sintetizzare la vicenda ci aiuta a comprendere il momento che stiamo attraversando. Ricolfi si è permesso di criticare il “politicamente corretto” che gli antifascisti di comodo, vogliono imporre con la guerra delle parole di cui sono maestri. Da dove viene questa definizione?

Così Ricolfi ha smascherato l’ipocrisia del politicamente corretto

Ricolfi non ha dubbi: dagli Stati Uniti, anni ’70 e primi anni ’80, quando la sinistra americana, un tempo concentratasulla questione sociale ha cominciato a occuparsi di altre faccende, come dei diritti civili, della tutela delle minoranze, dell’uso appropriato del linguaggio. Lo specifico del “politicamente corretto” era proprio questo: riformare il linguaggio. Sottolinea Ricolfi che “fu così che venne bandita la parola negro (sostituita con nero), e per decine di altre parole relativamente innocenti (come spazzino, bidello, handicappato, donna di servizio) vennero creati doppioni più o meno ridicoli, ipocriti o semplicemente astrusi: operatore ecologico, collaboratore domestico, diversamente abile, collaboratrice familiare”.

E, come è successo per la contestazione giovanile del ’68, nata a Berkely in California ben quattro anni prima, in Italia, la sinistra ha scimmiottato ciò che proveniva dagli Stati Uniti…. Dal 1967 ai primi anni Settanta sono stati importati in Europa non soltanto gli slogan ma pure la moda, il linguaggio, la musica, la maniera di porsi, confrontarsi, persino come fare sesso.

I nuovi legislatori del linguaggio

Per tornare ai giorni d’ oggi, secondo Ricolfi, “la nascita di codici di scrittura ‘corretti’ procede in modo del tutto anarchico, in una Babele di autoproclamati legislatori del linguaggio, che si arrogano il diritto di dirci come dovremmo cambiare il nostro modo di esprimerci, non solo riguardo ai generi ma su qualsiasi cosa che possa offendere o turbare”.

Sveglia compagni, la guerra è finita

Una quindicina di giorni prima, sul Messaggero il sociologo aveva affrontato senza peli sulla lingua “l’allarme del fascismo”, scattato dopo le provocazioni dell’“assalto” alla Cgil, pochi giorni prima delle consultazioni elettorali per le amministrative. Il sociologo si è chiesto se esiste realmente il pericolo di un ritorno del fascismo, un fascismo autentico non parolaio, folcloristico, rituale. Luca Ricolfi , a questo punto, ha ricordato la figura di HirooOnoda un militare giapponese che, dopo quasi 30 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nel 1974, nella giungla sull’ isola filippina di Lubang, venne arrestato perché si rifiutava di credere che la guerra fosse finita. Con lui si trovavano alcuni suoi commilitoni che erano stati istruiti a non arrendersi a costo della propria vita.

Guerriglieri antifascisati. “E’ più comodo accanirsi contro un bersaglio fantomatico”

Riflessione del sociologo: “ I nostri guerriglieri antifascisti, che peraltro la loro guerra – a differenza dei giapponesi – l’hanno vinta (sia pure per interposta persona, ossia grazie ai partigiani loro padri e nonni) sono ancora più lenti: a loro di anni non ne sono bastati 76 (dal 1945 al 2021) per accorgersi che il fascismo è stato sconfitto, seppellito dalla storia, e oggi non ha nessuna possibilità di tornare né nella forma classica, né in forme più moderne. Allora perché, quando li si avverte che la guerra è finita, non ci vogliono credere?
“Potrei rispondere, sbrigativamente: perché non hanno idee, ed è più comodo accanirsi contro un bersaglio fantomatico (e indifendibile) come il fascismo, che sostenere un confronto ad armi pari. Lo ha segnalato lucidamente il filosofo Alain Finkielkraut qualche anno fa, quando notava che le ideologie anti-qualcosa (come anti-razzismo e anti-fascismo) truccano il gioco politico: se ti autodefinisci anti-razzista, implicitamente dai del razzista al tuo avversario politico. La stessa cosa accade con l’anti-fascismo: autodefinirsi antifascisti equivale a dare del fascista a chi non la pensa come te.

Il “fascismo eterno” di Eco

“C’è però anche un altro meccanismo che presiede all’ammucchiata antifascista, e intorbida non solo la competizione politica ma la stessa vita sociale. Questo meccanismo, codificato da Umberto Eco in una celebre conferenza del 1995 (‘Il fascismo eterno’), è quello di ridefinire il concetto di fascismo in modo così lato da renderne eterna (e aggiungo io, ubiqua) la presenza sulla scena del mondo. Diventano così segni e manifestazione del fascismo anche tratti come il tradizionalismo, la critica della modernità (ma Marinetti non esaltava la macchina e la velocità?), la paura del diverso, le frustrazioni delle classi medie, l’esaltazione della volontà popolare, il patriottismo, e persino l’uso di una lingua elementare e semplificante.

“Ed è interessante che a questo meccanismo di allargamento (e annacquamento) del concetto di fascismo, molto diffuso fra gli intellettuali, si sia accompagnato – specialmente dopo il ‘68 – un analogo meccanismo nell’uso del linguaggio comune, per cui l’epiteto fascista è appioppato a qualsiasi discorso, atteggiamento o comportamento considerato sbagliato, inaccettabile, o semplicemente molto negativo”.

“Oggi la sinistra rappresenta il nulla”

Ha ragione Ricolfi. L’ammucchiata di antifascisti permanenti non sforna più idee. Non ne propone perché incapace di realizzarle. Prendiamo ad esempio il Pd, erede del più forte comunista dell’Occidente nel dopoguerra che, nelle elezioni politiche del 1976 aveva raggiunto quasi 13 milioni di voti, mentre nelle politiche del 2018 ne ha ottenuto poco più di 6 milioni . Segno di un inesorabile anche se previsto declino. Entrando a far parte del governo Draghi  (sostenuto badate bene anche da Salvini e Berlusconi) ha rinunciato al suo ruolo di partito tradizionale perché il Pd era rimasto l‘ ultimo rappresentante nella sua qualità di erede a tutti gli effetti della Prima Repubblica.  Dal 1945 al 1994 quella sua forma partito, con le sue assemblee di sezione, le sue federazioni provinciali e regionali, il suo comitato centrale, la segreteria e direzione, la sua scuola di partito, ha costituito un modello organizzativo, fatto più o meno proprio da tutte le formazioni politiche. Oggi non esiste più. Il fu movimento del proletariato, è costretto a coprire le proprie debolezze sotto l’ombrello di un economista, un banchiere di primissimo piano, ma sempre banchiere.

Pretestuosa la paura del ritorno del fascismo

Anche il politologo e storico Ernesto Galli della Loggia, prestigiosa firma del giornalismo italiano, non è stato molto tenero con i guerriglieri dell’antifascismo.Con un illuminante editoriale sul Corriere della Sera (1 novembre scorso), “La paura dell’eterno fascismo”, ha smascherato i tentativi della sinistra di negare la realtà, di manomettere la storia. La sinistra e non solo, tenta di ribadire la tesi di una sorta “di fascismo eterno la cui minaccia graverebbe in permanenza come una spada di Damocle sullanostra testa”. Galli della Loggia, tradizione socialista, dopo avere ricordato le malefatte del fascismo (le libertà soppresse, le leggi razziali del 1938, l’alleanza con la Germania che ha trascinato l’Italia in una guerra disastrosa), ha stigmatizzato chi continua a sostenere che il“fascismo è il male assoluto”, e non ha mai fatto nulla di buono… Afferma ironicamente il politologo, che sarebbe stata “un’impresa davvero strepitosa non riuscire a fare neppure una cosa buona, nella bellezza di venti anni”.

Galli Della Loggia e “le cose buone del fascismo”

Galli della Loggia elenca i meriti del regime di Mussolini: “La creazione dell’IRI e di Cinecittà, la legge bancaria del ’36, la bonifica di centinaia di migliaia di ettari di terreni paludosi, le colonie marine, il rafforzamentodi tutte le precedenti forme previdenziali, l’istituzione del liceo classico…….Ed ancora:la riforma Gentile, i Patti Lateranensi, “i  treni che arrivavano in orario, le trasvolate di Italo Balbo”, ecc.

Anche se con motivazioni diverse, Galli della Loggia, arriva alle stesse conclusioni di Luca Ricolfi. Evocare i fantasmi del passato, allarmare la pubblica opinione con un fantasioso attacco alle istituzioni che potrebbe essere portato da squadristi fascisti, “tradisce solo un’intima insicurezza nelle proprie idee evalori. Se ancora oggi, dopo settant’anni, si teme che esiste questo pericolo – cosa che personalmente mi ostino a non credere – vuol dire ammettere il fallimento della democrazia italiana,  di tutte le sue istituzioni, della sua scuola, di tuti i suoi partiti, di tutti i suoi protagonisti”.

 

 

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