Cingolani e le guerre puniche: la storia è l’unico antidoto alla barbarie della cancel culture

venerdì 26 Novembre 10:52 - di Adele Sirocchi
Cingolani guerre puniche

Cingolani e le guerre puniche: la battuta infelice del ministro per la Transizione ecologica fa impallidire quella più famosa di Giulio Tremonti, per il quale “con la cultura non si mangia”. Cingolani, laureato in fisica e docente di fisica, reputa inutile studiare quattro volte le guerre puniche nel corso del ciclo scolastico. Meglio affinare gli studi tecnici. Meglio un digital manager che uno storico. Perché le professioni del futuro non tengono conto di Cartagine, Annibale, Sagunto e altre quisquilie simili.

Punti di vista. C’è una bellissima citazione di Franco Cardini (storico) che taglia corto sulla disputa su studi tecnici o classici. “Il fatto è – dice Cardini – che un cavaliere avrà sempre più fascino di un agente di cambio”. Certo, per amare la storia bisogna essere un po’ reazionari. Come il conte Joseph De Maistre per il quale credere nel progresso era un “peccato” di orgoglio. O come Bernardo di Chartres per il quale i contemporanei (lui visse nel Medioevo) sono solo nani sulle spalle di giganti e quindi vedono più in alto e più lontano di loro. Oggi il progresso è tuttavia considerato alla stregua di un’utopia: paure e angosce scandiscono la post-modernità.

Se la storia non si ama, invece, il passato viene svalutato, ignorato, contraffatto, manipolato e alla fine oltraggiato come avviene per la cancel culture. L’ultimo esempio in questa direzione viene proprio da Roma e in particolare da Villa Medici. Il caso lo racconta oggi Il Foglio. “Alcuni borsisti dell’accademia di Francia a Roma e i loro amici chiedono di rimuovere gli arazzi delle Indie che ornano il grande salone di Villa Medici così come altri abbattono le statue, imbrattano le opere o bruciano i libri come dei volgari talebani”.

Così decine di storici dell’arte hanno firmato una lettera aperta intitolata “Contre l’épuration” e pubblicata sulla Tribune de l’art lo scorso 17 novembre. Una lettera, sotto forma di appello, in cui si contesta “l’irruzione della cancel culture nella prestigiosa istituzione culturale creata su impulso di Colbert nel 1666, che ogni anno accoglie artisti e ricercatori per favorire lo sviluppo dei loro progetti in un ambiente di dialogo culturale fecondo”.

“Gli indignados di Villa Medici – continua Il Foglio – sono riusciti a convincere l’attuale direttore, Sam Stourdzé, a chiudere il Grand Salon durante l’ultima Notte Bianca di novembre, impedendo ai visitatori di apprezzare un patrimonio inestimabile come quello della “Tenture des Indes”. Come ricordato agli indignados di Villa Medici dai firmatari dell’appello sulla Tribune de l’art, “in maniera comica, credono di nascondere le tracce visive della schiavitù e del colonialismo, ma cancellano in realtà una delle più belle testimonianze degli antichi regni africani”.

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