Un medico al G20, amputazioni e torture: la furia dei talebani regna su ospedali chiusi o senza farmaci

martedì 12 Ottobre 16:59 - di Lorenza Mariani
Talebani

Esecuzioni e amputazioni, l’orrore dei talebani è quotidiano, ma gli ospedali sono chiusi o senza farmaci. L’accorato appello del medico afghano al G20. Un camice bianco da sempre in prima linea. Appena rientrato da Kabul, risuona drammaticamente nell’etere e nella sala che ospita la riunione straordinaria in videoconferenza dei leader del G20 sull’Afghanistan, presieduta da Mario Draghi. «Non c’è tempo da perdere», dichiara senza se e senza ma. Senza inutili deviazioni diplomatiche. Senza più troppe parole per descrivere l’orrore quotidiano scandito dalle violenze inarrestabili che alternano amputazioni e esecuzioni capitali. E che vedono tornare in primo piano i boia al lavoro incessante, anche se non sempre rilanciato da plateali dimostrazioni pubbliche o riprese video che hanno scandito la propaganda talebana negli anni Novanta.

L’appello di un medico al G20: l’orrore dei talebani dilaga, «non c’è tempo da perdere»

Non che l’orrore si sia sotto traccia, anzi… E il medico afghano Arif Oryakhail, che in Afghanistan lavorava con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, lo dice a gran voce. E in un’intervista rilasciata all’Adnkronos racconta e denuncia come nel Paese «la situazione umanitaria sia gravissima». Come «più della metà della popolazione non abbia cibo a sufficienza». Descrive un «sistema sanitario al collasso totale». Uno scenario in cui, malgrado punizioni esemplari, pene capitali e amputazioni siano all’ordine del giornali, gli «ospedali e i centri di riabilitazione sono chiusi». E allora: «Non c’è tempo da perdere», ripete quasi ossessivamente il medico che lo scorso 15 agosto, giorno della resa della capitale afghana ai Talebani, ha lasciato Kabul con il ponte aereo italiano. Adesso è di nuovo a Roma, dove aveva studiato, e dove: con «l’unità di Kabul» trasferita nella città eterna, continua a lavorare per «coordinare gli aiuti umanitari. E tutto quello che possiamo fare per l’Afghanistan»…

Coi talebani al potere c’è rischio concreto che l’Afghanistan torni «un santuario del terrorismo»

Perché, incalza Oryakhail, «bisogna pensare a tutti gli aspetti della crisi in Afghanistan. Non solo dal punto di vista umanitario, ma anche dal punto di vista politico». Occorre «pensare al futuro di questo Paese», insiste, perché, osserva il medico afghano: «Se crollasse l’economia. Se questo Paese crollasse, riprenderlo non sarebbe facile». E continua: «Un abbandono totale dell’Afghanistan significherebbe il rischio del ritorno di Daesh (Is). Al-Qaeda. Dei gruppi terroristici». Si tradurrebbe, insomma, nella concretizzazione reale del rischio che l’Afghanistan torni a essere un santuario del terrorismo. Dunque, Oryakhail esorta i governi del pianeta ad agire su più fronti contemporaneamente. Quello politico e quello umanitario. Due terreni dove la linea di confine, già sottile, è diventata inesistente. E allora, si chiede e si risponde al tempo stesso il medico: Come fare per evitare la più terribile catastrofe umanitaria?

«Le banche non funzionano. I voli internazionali sono bloccati. Le frontiere chiuse. Non arrivano cibo, né farmaci»

«Tutti devono concentrarsi per far arrivare gli aiuti – risponde –. I più hanno annunciato disponibilità, ma finora in Afghanistan non è arrivato nulla. Invece, è importante non perdere tempo – insiste –. In Afghanistan gli aiuti devono arrivare al più presto. Devono arrivare a destinazione, alla popolazione bisognosa». Anche se, ammette lui stesso, «è un lavoro difficile», tanto più che prevede che «i Talebani rispettino le regole degli aiuti umanitari». Perché, dopo quello che Oryakhail definisce «ritiro improvviso delle forze internazionali, al termine di 20 anni di missione, il Paese è da due mesi nelle mani dei nuovi padroni dell’Afghanistan. Ed è un Paese, incalza il medico, «abbandonato, nel caos. Non esiste un governo riconosciuto a livello internazionale. Le banche non funzionano. I voli internazionali sono bloccati. Le frontiere sono chiuse. Non arrivano cibo, né farmaci».

Anche quei pochi «ospedali aperti purtroppo non ricevono farmaci»

E ancora: «L’inverno è alle porte. Sta arrivando un periodo freddo, molto freddo. Con temperature che potrebbero arrivare fino a meno 20. Dove anche quei pochi «ospedali aperti purtroppo non ricevono farmaci». E di fatto: «Non hanno nulla, perché dipendevano dai “donatori” e dalla Banca Mondiale che, per il momento, ha bloccato i finanziamenti». E allora, Oryakhail racconta di strutture che «esistono. Di personale sanitario esistente. Ma che da sei mesi che non riceve stipendi. Medicinali. Attrezzature». Tanto che, conclude il medico afghano laureatosi due volte (una in Afghanistan e una a Roma): «Chi va in ospedale per un intervento – chiosa – deve prima comprare tutto il necessario: dalle garze ai bisturi». Solo in quel caso, dopo, potrà recarsi nella struttura per effettuare l’operazione…

 

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