Tumore della prostata, nuovi superfarmaci mirano al tallone d’Achille del cancro. Ecco come agiscono

sabato 16 Ottobre 14:08 - di Fortunata Cerri
tumore

Individuare l’alterazione genica “complice” del cancro e bersagliarla con nuovi “superfarmaci” capaci di colpire la malattia nel suo tallone d’Achille. Una strategia alla base delle nuove terapie oncologiche, valida “anche e soprattutto per il tumore della prostata, la più comune patologia oncologica nella popolazione maschile over 65”, che ogni anno in Europa uccide 80mila pazienti e solo in Italia conta 44mila casi. A fare il punto su questo “bik killer”, che già dopo i 40 anni d’età viene diagnosticato in un uomo su 15, sono gli esperti della Società italiana di urologia (Siu), riuniti a Riccione per il 94esimo Congresso nazionale.

Tumore alla prostata,  le nuove terapie

Una sostanza chiave per la proliferazione della malattia – spiegano gli specialisti – è Parp, una proteina senza la quale le cellule tumorali non sono più capaci di funzionare correttamente e dunque di sopravvivere. Da punto di forza del cancro, dunque, Parp può diventarne il punto debole se viene compreso come nei malati muta il gene che la codifica. Capirlo permette infatti di rendere il tumore un bersaglio sensibile a nuovi farmaci Parp-inibitori. Una novità la cui portata – evidenziano gli urologi – è sottolineata dalla recente approvazione del primo medicinale di questo tipo da parte della Fda americana, l’olaparib.

Test genetico

«Quello del test genetico nei pazienti con tumori, avanzati o localizzati, è un tema dibattuto nella comunità scientifica oncologica che sta aprendo nuove frontiere nella strategia terapeutica dei pazienti», afferma Francesco Porpiglia, ordinario di Urologia dell’università degli Studi di Torino e responsabile dell’ufficio scientifico Siu, che ritiene opportuno partire da una precisazione: «Esistono due tipi di alterazioni geniche – puntualizza – le alterazioni “somatiche”, presenti solo nelle cellule tumorali, che costituiscono la maggior parte dei casi; e le mutazioni “germline”, presenti sia nelle cellule sane che in quelle tumorali, che si riscontrano in alcuni tumori con una predisposizione genetica familiare quali mammella e ovaio. Il tumore della prostata è quasi sempre caratterizzato dalla presenza delle sole mutazioni somatiche, quindi senza rischio di ereditarietà. Tuttavia talvolta, con la presenza di mutazioni germline ci troviamo di fronte a situazioni in cui vi è più di un paziente affetto da tumore nella stessa famiglia, a volte a insorgenza più precoce rispetto alla popolazione generale». Da qui l’estremo interesse suscitato dallo studio delle mutazioni del Dna tumorale, poiché queste alterazioni possono diventare un importante bersaglio terapeutico.

Tumore, identificare le mutazioni

Nel tumore della prostata, soprattutto quello in fase metastatica – rimarcano ancora gli esperti – uno dei geni le cui alterazioni sono collegate allo sviluppo della patologia oncologica è il Brca2. «Identificarne le mutazioni – sostiene Giuseppe Carrieri, direttore del Dipartimento di Urologia dell’università di Foggia — è fondamentale nelle forme avanzate della malattia, poiché in questa fase il tumore diventa un bersaglio sensibile a nuovi farmaci chiamati inibitori di Parp. Una proteina che, insieme con il gene Brca2, ha il compito di riparare i danni del Dna, permettendo pertanto il corretto funzionamento della cellula. Quei tumori in cui questo gene non funziona a dovere accumulano più alterazioni, diventando più aggressivi e in grado di sopravvivere più a lungo». Se invece si ricorre ai farmaci che impediscono alla proteina Parp di svolgere il proprio ruolo riparatore, le cellule tumorali già con un’alterazione del gene Brca2 non sono più capaci di funzionare correttamente, dunque muoiono.

Gli inibitori di Parp

«Gli inibitori di Parp – osservano gli urologi – si sono dimostrati efficaci sia nei pazienti con mutazioni somatiche sia in quelli con alterazioni germline, anche dopo il fallimento dei trattamenti convenzionali. La portata innovativa e l’efficacia di questi nuovi farmaci non sono sfuggite alla Food and Drug Administration statunitense, che ha di recente approvato il primo farmaco inibitore di Parp», olaparib appunto, 1ma ad oggi sono in fase di sperimentazione altri principi attivi di questa stessa classe (rucaparib, talazoparib e niraparib)».

«Tutti gli studi di fase II che li hanno testati – riferisce Luca Carmignani, direttore del Dipartimento di Urologia dell’Irccs Policlinico San Donato, università di Milano – hanno riscontrato che un paziente su due con alterazioni di Brca1/2 risponde al trattamento».

«Occorre sottolineare – continua Carmignani – che circa il 7-15% di tutti i pazienti con carcinoma prostatico presenta alterazioni germline/somatiche in Brca1/2, e che alterazioni simili sono presenti fino al 27-30% dei pazienti. Si può pertanto ipotizzare che questi nuovi farmaci possano rappresentare nell’immediato futuro un indubbio potenziale clinico nel trattamento del tumore della prostata».

I benefici dei nuovi trattamenti

I benefici dei nuovi trattamenti sono stati dimostrati anche da un altro lavoro scientifico molto recente: «È lo studio di fase III Profound, che ha reclutato 387 pazienti con queste alterazioni geniche e dimostrato – riporta l’esperto – come i pazienti che ricevevano olaparib restavano liberi dalla progressione della malattia per un tempo doppio rispetto a quelli sottoposti a un trattamento standard. Segno di un evidente beneficio anche in termini di sopravvivenza».

L’auspicio

«Ad oggi – notano gli specialisti Siu – la ricerca delle mutazioni germline di Brca2 e 1 è riservata solamente ai pazienti con forte familiarità per tumori come mammella, ovaio e della prostata. Tuttavia, i test per l’identificazione di mutazioni somatiche non rientrano ancora nel normale percorso diagnostico dei pazienti con tumore della prostata avanzato che falliscono trattamenti standard». Quindi «l’auspicio è che si giunga a una sempre maggiore diffusione dell’utilizzo di questi test genici anche per i pazienti che non hanno familiarità, ma sono affetti da malattia avanzata che sfugge al controllo dei farmaci tradizionali. Questo consentirebbe di poter utilizzare nuovi farmaci come gli inibitori di Parp o simili, con un evidente vantaggio per circa il 50% dei pazienti portatori di mutazioni geniche come Brca1/2».

 

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