Travaglio non si tiene. Altri insulti beceri a Berlusconi: “maiale, puzzolente, puttaniere”

martedì 26 Ottobre 13:17 - di Giulia Melodia
Travaglio

Non c’è storia. Meno che mai pacificazione. Marco Travaglio è senza tregua. E senza pace. Il suo insopprimibile e imprescindibile odio politico e sociale travalica persino le parole e gli insulti che racchiude in un editoriale di oggi sul Fatto Quotidiano. In cui riserva una parolina al vetriolo per tutti: da Draghi alla Lamorgese. Passando per Brunetta e Renzi, senza mai dimenticare l’acerrimo nemico di sempre: Silvio Berlusconi. Così, nel ciclico, ormai eterno ritorno, di accuse e speculazioni, un po’ come avviene nel Palio di Siena: piuttosto che puntare semplicemente sul tifo per la sua contrada (quella a pezzi del M5S a guida Conte), si sollazza riversando sulla prima pagina del quotidiano che dirige l’acrimoniosa dissertazione sui protagonisti della scena politica che hanno lo svantaggio di non godere della sua approvazione. Anzi…

Marco Travaglio, ancora veleno contro Berlusconi

E così, a partire dal Cavaliere, il riassunto che Travaglio propone dell’attuale scenario politico traduce in insulti che nulla hanno a che fare con la critica costruttiva e la disamina ragionata che dovrebbero trovare sponda in una serena dialettica tra avversari. Un’analisi, quella del direttore del Fatto, che peraltro, più che ad argomentazioni lucide e strutturate, serve sul piatto mediatico avvelenato, mere ingiurie sul modello di quelle che potrebbero scambiarsi i bambini in un alterco. Quelle in cui vince la diatriba chi la spara più grossa e sguaiata. E allora, visto che il primo odio non si scorda mai, eccolo esordire nel suo editoriale con Silvio Berlusconi, che il giornalista insulta dandogli del “maiale”, “puzzolente”, “putt***ere” e “pregiudicato” in questo ordine. “Del maiale non si butta via niente. E per l’odore: un misto fra due fragranze che iniziano per emme, la seconda delle quali è la muffa”, recita l’incipit dell’editoriale di Travaglio.

L’editoriale di oggi, farcito come sempre di odio e retorica, insulti e sfregi

La premessa, del resto, è tutta un programma. «L’Italia che doveva uscire dalla pandemia nuova e migliore perché nulla fosse più come prima, si ritrova vecchia e peggiore perché tutto sia come prima – recita gattopardianamente l’editorialista –. Ma non il “prima” immediato del 2019», specifica a stretto giro. Bensì: «Il “prima” preistorico di decenni fa. Il premier è un banchiere scoperto dalla destra Dc nel 1983. L’unico candidato ufficiale al Quirinale è un vecchio puttaniere, pregiudicato e finanziatore della mafia che infesta l’Italia dagli anni 70. Repubblica apre con un’intervista al ministro Brunetta, che negli Ottanta consigliava Craxi su come sfondare le casse dello Stato e ora illustra un progetto appassionante, almeno per i nostalgici degli anni 50: il centrismo.

Travaglio, non solo Berlusconi: ha una “parolina” e una definizione al vetriolo per tutti

Un filotto che inanella e impallina tutti, senza esclusione di colpi: dal premier Draghi al ministro Brunetta, passando per l’immancabile Cavaliere: agli occhi di Travaglio un sempreverde. Un passe-partout che apre tutti i possibili meandri in cui si annida e si affastella, rigenerandosi negli anni, l’odio anti-berlusconiano dell’implacabile  giornalista. Che, stavolta, supera persino se stesso. E nella bordata corale mira con la precisione di un cecchino: puntando su uno e colpendone due all’unisono. E così, contro un bersaglio facile come la Lamorgese, centrato e affondato più per attaccare Maroni che per destituire di fondamento l’incarico che ricopre al Viminale. Nella sua requisitoria avvelenata, Travaglio scrive della ministra che, «con uno dei suoi proverbiali moti ondulatori, arruola Bobo Maroni. Che guidava il Viminale nel 1994, per combattere l’illegalità nel mondo del lavoro: lo stesso che nel 2010 annunciò querela a Saviano a nome della Lombardia perché osava ipotizzare la mafia al Nord».

Dalla Lamorgese a Renzi, passando per Draghi e Maroni…

I tempi sono maturi e gli spazi potrebbero diventare esigui (per raccogliere e condensare tutto l’odio che Travaglio nutre e trasuda nei suoi editoriali per i tanti nemici di penna che ha). E così, ecco il suo secondo odiato in classifica: Matteo Renzi. «Il noto rottamatore di Rignano, che nel 2013 scalò il Pd col chiodo alla Fonzie per rinnovare la politica. Cena in Sicilia con Miccichè, che insieme al retrostante Dell’Utri sogna un grande centro con Cuffaro e altri teneri virgulti». E giù con «il ministro-ossimoro della Transizione ecologica Cingolani. E quello dello Sviluppo Giorgetti» che «resuscitano il nucleare». Col «capo dei vescovi» che «benedice in Draghi l'”uomo della Provvidenza“». E altre amenità di questo tipo che diventa difficile riportare nella loro interezza, tanti sono i nemici di Travaglio. E tanto è il suo astio irrinunciabile.

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