Mafia, occhi puntati sulla Cassazione. Domani sentenza definitiva sul “Borsellino quater”

lunedì 4 Ottobre 13:40 - di Redazione
Borsellino

A 29 anni dalla strage di via D’Amelio, domani sera, la Corte di Cassazione metterà la parola fine al Borsellino quater. Si tratta del processo che vede alla sbarra i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, condannati all’ergastolo sia in primo che in secondo grado, e i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci, condannati entrambi a dieci anni per calunnia. Prescritta, invece, la calunnia pluriaggravata a carico  dell’ex pentito Vincenzo Scarantino. Per lui è infatti scattata l’attenuante in quanto costretto a commettere il reato da «soggetti inseriti negli apparati dello Stato». Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, emessa nel 2017, la Corte ne parlò come di «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana». Uomini dello Stato, infatti, indussero Scarantino a rendere false dichiarazioni sulla strage che uccise il giudice Paolo Borsellino e i cinque poliziotti della scorta.

Attesa per l’ultima parola sulla strage di Via D’Amelio

Un depistaggio costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti poi scarcerati e scagionati nel processo di revisione. Nel mirino dei giudici nisseni fu il questore Arnaldo La Barbera, morto alcuni anni fa, a indirizzare l’inchiesta costruendo i falsi pentiti. Proprio per questo motivo tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, sono tuttora sotto processo, a Caltanissetta, con l’accusa di calunnia aggravata in concorso. Approfittarono della fragilità psicologica dello Scarantino fino a convincerlo a confessare un reato che non aveva in realtà mai commesso. Ma alcune parti del suo racconto erano vere: il furto della 126 poi imbottita di tritolo, la rottura del bloccasterzo, l’avvenuta sostituzione delle targhe del veicolo. Tutti elementi veritieri che hanno fatto pensare ad “imbeccate” di persone che sapevano. Ma chi ispirò i suggeritori? La Corte d’assise indica un «insieme di fattori» che avrebbero dovuto consigliare cautela agli investigatori.

Il mistero dell’agenda rossa di Borsellino

Anche due pm, Ilda Boccassini e Roberto Sajeva, avevano scritto una nota ai colleghi per segnalare “l’inattendibilità delle dichiarazioni rese da Scarantino su via D’Amelio“. Ma restarono inascoltati. Anzi, a nessun magistrato della procura nissena sembrò strano che «La Barbera facesse dei colloqui investigativi con Scarantino nonostante avesse iniziato a collaborare con la giustizia». Il processo di primo grado non ha tuttavia fugato tutte le ombre. Come quella della sparizione dell’agenda rossa di Borsellino e la ricomparsa della sua borsa in circostanze non chiarite nella stanza di La Barbera, o la presenza di sconosciuti sulla scena del massacro subito dopo l’esplosione. O, infine, quella di un soggetto estraneo alla mafia mentre la 126 veniva imbottita di esplosivo. Per i giudici, la matrice mafiosa dell’attentato non è in discussione. Ma non c’entra la presunta trattativa Stato-mafia. Dunque, perché Borsellino fu ucciso? Il magistrato, scrivono i giudici del quater, «rappresentava un pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni criminali. Non soltanto dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici settori del mondo sociale, dell’economia e della politica compromessi con Cosa Nostra».

 

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