Delitto Cerciello Rega, è morto Sergio Brugiatelli: era il testimone chiave dell’omicidio del carabiniere

venerdì 8 Ottobre 14:13 - di Redazione
Delitto Cerciello

È morto Sergio Brugiatelli, testimone chiave dell’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Marco Cerciello Rega. Il decesso risale al 26 settembre scorso. Brugiatelli aveva 49 anni.

Parla il legale della famiglia Brugiatelli

Come riporta l’Adnkronos, l’avvocato Andrea Volpini, legale della famiglia Brugiatelli, in una nota spiega: «Contrariamente a quanto diffuso da alcuni media, Sergio Brugiatelli non è stato trovato morto in casa, ma è deceduto il 26 settembre scorso, in una clinica privata dove era ricoverato da qualche tempo per una grave forma di tumore che lo aveva colpito mesi fa».

«È morto – scrive ancora il legale – circondato dall’affetto dei suoi cari, che non lo hanno mai abbandonato, fino agli ultimi istanti. Al funerale, il 28 settembre scorso, nella parrocchia del quartiere, in cui risiedeva, hanno partecipato amici e parenti. La famiglia – si legge nella nota – chiede rispetto per il proprio dolore. Rispetto che purtroppo è venuto meno in alcune delle ricostruzioni diffuse in data odierna. E, al riguardo, si riserva di procedere, anche per vie legali, per tutelare la memoria del proprio caro», conclude.

Omicidio Cerciello, la condanna dei due americani

Per l’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ucciso con undici coltellate il 26 luglio del 2019, il 5 maggio scorso i giudici hanno condannato all’ergastolo i due americani Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth.  Una sentenza che aveva accolto le richieste della procura di Roma con il pm Maria Sabina Calabretta.

Le motivazioni

«Allarmante la personalità degli imputati nonostante la loro giovane età: la sconcertante perpretazione di gravi reati posti in essere in un’inquietante escalation di illegalità, l’adesione a modelli comportamentali devianti, l’esaltazione delle droghe e l’ostentazione di armi e denaro quali simboli di affermazione documentati dalle immagini rinvenute sui loro telefonini, evidenziano la indubbia capacità criminale di entrambi». È quanto scrivono i giudici della prima Corte d’Assise di Roma, presieduta da Marina Finiti, nelle motivazioni della sentenza.

 

 

 

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