La casa di Roma, nel romanzo di Battista il rosso e il nero sono fratelli con la stessa maschera

giovedì 16 Settembre 15:43 - di Annalisa Terranova
la casa di roma

Quello di Pierluigi Battista, nel suo romanzo “La casa di Roma” (La nave di Teseo), è uno sguardo delicato sugli anni Settanta. Come se uno guardasse quei cieli di piombo attraverso un velo.  Ne vede la pesantezza, il carico di violenza, ma in modo rarefatto. E’ una scelta dell’autore che, da un lato, gli consente di non schierarsi e di trattare tanto i rossi quanto i neri come scalmanati ubriachi di ideologia. E dall’altro gli permette quel pathos della distanza che serve per concentrare l’attenzione del lettore sul nucleo familiare di cui il libro si occupa. Una distanza maturata anche grazie ad altri scritti di Battista, tra cui il libro dedicato a papà Vittorio, “Mio padre era  fascista” (Mondadori).

Una storia familiare attraverso uno scambio di lettere

La casa di Roma” è una storia familiare. Che attraversa tre generazioni. O meglio un abbozzo di storia familiare attraverso le lettere di Marco con la madre Anita e con lo zio Raffaello. Dovrebbe spettare a loro due, alle loro testimonianze scritte, ricostruire le vicende della famiglia Grimaldi, a partire dalla casa di Roma, appunto, cioè il villino sito nel quartiere Prati, quello della borghesia bene, dove l’infanzia trascorre lieta fino a quando veleni, ipocrisie, sconvolgenti rivelazioni non giungono a lacerare la parvenza di unità di quello che sembrava un solido ritratto di famiglia.

I veleni e gli odi della guerra stentano a pacificarsi

Non funziona nulla, in quella famiglia. Ed è una felicità effimera quella vissuta nel villino del quartiere Prati. Metafora, la casa di Roma, di un’Italia dove le passioni distillate dalla guerra stentano a pacificarsi e dove le narrazioni, quelle dei vinti e quelle dei vincitori, appaiono sempre di comodo, infarcite di luoghi comuni e di ipocrisia E qui Battista si distingue dal tormentone del neo-antifascismo che imperversa negli ultimi tempi. Non gli interessa infatti fare classifiche morali, affibbiare scomuniche etiche, separare il bene dal male. Gli interessano i tipi umani, come dovrebbe essere per tutti gli scrittori. Solo che questi tipi umani, alla fine, si assomigliano troppo: sono, insomma, umani troppo umani.

I due fratelli, il fascista e il comunista

Così, c’è il fascista antropologico, Emanuele, la cui scelta di adesione alla Rsi viene da lui stesso raccontata come un’avventura romantica, come l’epilogo necessario di una giovinezza ardita e ribelle. Narrazione di comodo, appunto, come poi si vedrà. E c’è il fratello Raimondo, comunista integerrimo, eroe della Resistenza, giurista venerato come “padre della patria”, uomo di granitiche certezze. Anche la sua è un’identità di convenienza. Anche la sua maschera sarà scalfita dall’eco di lontani compromessi che riaffiorano. La vita si prende sempre la rivincita sull’ideologia.

L’omicidio di Mikis Mantakas

I figli dei due fratelli, il rosso e il nero, si scambiano i ruoli. Uno diventa estremista di sinistra, l’altro di destra. Finché non dovranno fare i conti con il sangue di Mikis Mantakas, studente greco di destra assassinato nel 1975 e fuggiranno da quella giostra mortale. Impedendo a se stessi di diventare prigionieri dell’algida crudeltà che traspariva dai comunicati e dai video delle Brigate Rosse, come quello in cui si annuncia la condanna a morte di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio. Mantakas è una vittima esemplare. Assassinato – come disse Giorgio Almirante nella sua orazione funebre – perché non volevano che si svolgesse il processo per il rogo di Primavalle. Particolare su cui Battista si sofferma poco, preferendo sottolineare il fatto che i suoi genitori erano oppositori del regime dei colonnelli.

Le donne e la loro vocazione all’infelicità

Poi ci sono anche le donne, infelici pure loro ma più inclini a confessarlo, a prenderne coscienza. Anche le loro storie, a volte disperate e con esiti drammatici, entrano nel vortice del racconto sulla famiglia Grimaldi. Una storia che – come scrive Marco in una delle sue lettere – “fa molto Novecento”, ma fa anche molto archetipo della famiglia italiana, con il fascistone, il sognatore, l’ipocrita, la poetessa, la seguace delle filosofie alternative, l’estremista, il creativo. Manie e fissazioni che fanno simpatia e, a volte, fanno la storia.

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