Battimani, sdilinquimenti e inchini a Draghi «uomo della necessità»: prove tecniche di regime?

giovedì 23 Settembre 20:58 - di Marzio Dalla Casta
Draghi

C’è da scompisciarsi dalle risate: sono anni, anzi decenni, che ce la menano con il fascismo in agguato e quando l’uomo della provvidenza, pardòn, «della necessità» svolta l’angolo, quelli che lo aspettavano per stecchirlo si sciolgono in uno scrosciante e ritmato applauso degno più di un congresso del Pcus al tempo di Stalin che dell’assemblea di Confindustria. E mica solo gli imprenditori di Bonomi. Magari. Anche la grande stampa democratica è della partita, ansiosa come sembra di tornare a ricevere le veline del tempo che fu: per Mario Draghi questo ed altro. Nel frattempo, si trastulla ad erudire il pupo-lettore discettando sull’inutilità delle elezioni (non ancora scadute a ludi cartacei) e quindi sulla necessità di ibernare (for ever) SuperMario a Palazzo Chigi purché munito, s’intende, di quei pieni poteri continuamente rinfacciati a Salvini ai tempi dei mojito tracannati al Papeete.

Troppi osanna a Draghi

Che nell’aria ci sia qualcosa di nuovo, anzi d’antico, è percezione che già si coglie leggendo i giornali e guardando la tv: quattro fiducie parlamentari in due giorni è da Guinness dei primati, cioè da draghi. Dibbattito? Non scherziamo. Come cantava Pino Daniele, «ho il popolo che mi aspetta e scusate vado di fretta». In più – vuoi mettere? – c’è il Pil da stabilizzare, la transizione ecologica da assecondare, quota 100 da cancellare, il Pnrr da mandare a regime e la casa da (ri)tassare. Obiettivi troppo vitali per lasciarli in mano a quelle obsolete e costose organizzazioni chiamate partiti che ancora si ostinano a ricercare consenso. “Pussa via!“, avrebbe intimato l’Albertone nazionale.

Democrazia sospesa?

Certo non finiranno fuorilegge come al tempo della Buonanima, ma solo perché alla sincerità delle tinte forti e dei toni perentori le post-democrazie preferiscono la banalizzazione dell’eretico. E se messe alle strette, lo sterilizzano affibbiandogli l’etichetta, appunto, di fascista. Il fatto che siano altri a scansare le urne o a disegnare maggioranze senza elettori o, infine, a decidere i premier a prescindere dal Parlamento, conta niente. Ma poco importa, perché quel è veramente impagabile è immaginare la faccia di quelle vedette che aspettavano di veder spuntare i mostri a destra per ritrovarsi ora con i Draghi alle loro terga. Che goduria!

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