Angelica riletta da Macioce nel suo romanzo d’esordio: cari paladini, io vi manovro così

sabato 4 Settembre 13:31 - di Annalisa Terranova
Angelica

Dicono che “Angelica fa impazzire gli uomini. Troppo bella, troppo audace, furba, cinica, sfuggente. Una che fa della menzogna un’arte… con un’unica missione: sopravvivere. Ti pare poco?”. Angelica, la principessa del Catai che fa diventare matto Orlando, il nipote di Carlo Magno, è stata sempre un’immagine più che una donna reale. Un’icona, un sogno, un’illusione. 

Il romanzo di Vittorio Macioce: “Dice Angelica”

Ora Vittorio Macioce, giornalista e organizzatore del Festival delle Storie, nel suo libro d’esordio, “Dice Angelica” (Salani, pp. 300), le dà sostanza e parola, profondità e anima. E così Angelica ci svela il suo punto di vista tutto femminile, sui paladini e sui mori che la rincorrono, la inseguono, la desiderano. Io – dice Angelica – “gli eroi li muovo, li manovro, per quello che mi serve”. Angelica così non è più la bella irraggiungibile del poema di Boiardo né l’ammaliatrice di quello di Ariosto. Macioce segue le sue tracce, la comprende, la scruta, la interroga, la ridisegna e la perfeziona. 

Angelica è la protagonista che esce dalla dimensione della favola rinascimentale

Angelica non è più la figurina bionda sempre in fuga che abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola: nel libro di Macioce, che è un po’ romanzo, un po’ introduzione al mondo di Ariosto, un po’ analisi psicologica, sono gli altri che le girano attorno, come falene attratte dalla luce sempre a un passo dal lasciarsi divorare e bruciare. Lei non muove solo l’azione, lei è la protagonista. Ed è la sola che pare avere un’anima. Mentre gli altri sono tutti eroi di una favola rinascimentale, piena di simboli fantastici, che assomiglia a un videogame.

Angelica parla ancora al lettore contemporaneo?

“Tutta la chanson de geste è un gioco – scrive Macioce – lo sono ancora di più L’Orlando innamorato e il suo meraviglioso sequel, L’Orlando furioso. C’è tutto: combattimenti, picchiaduro, incantesimi, magia, personaggi, ruoli, avventure, mappe, terre lontane da scoprire, viaggi sulla luna, animali fantastici”. In questo “gioco” l’autore si dà la sua missione: indagare su Angelica. Oltre il simbolo, la metafora, il senso morale e quello allegorico. Scoprire che donna è, a quali donne parla ancora. Per arrivare alla conclusione che Angelica parla ancora alle donne contemporanee. A quelle che vogliono farcela da sole.

L’equilibrio ritrovato grazie all’amore per Medoro

Finché non arriva un Medoro a incrinare la loro indipendenza. Dice Angelica: “La mia salvezza è preoccuparmi di Medoro”. Cosa le piace di lui? Che la sua spada non ha un nome. Che non gli grava sulle spalle un destino da eroe. Che la sua è una sorte tutta umana. Il loro amore li salva da quell’errare di tutti i personaggi del poema ariostesco verso una meta che non c’è. Tutti si affannano dietro un sogno irrealizzato, sospesi tra lo stato selvatico e quello razionale. Angelica ritrova però un equilibrio. Con Medoro.

Un viaggio che riporta l’autore alle sue origini

Il viaggio di Vittorio Macioce, il suo commentario contemporaneo alle gesta dei paladini di Carlo Magno e alle strofe di Boiardo e Ariosto, si conclude così. Ed è anche un viaggio che lo riporta alle origini, alla torre di Mario Equicola, letterato della corte di Isabella d’Este, che lui vedeva da bambino davanti alla sua casa di Alvito, nel Frusinate. Pietre che lasciano tracce e che lo conducono all’ossessione per l’Orlando furioso. Per quel mondo dove tutto è leggerezza, illusione, straniamento e dove Angelica continua ad attirare gli sguardi. 

 

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