Domina, la serie che ridicolizza l’imperatore Augusto. Ma la storia di Roma non è uno show femminista

domenica 16 Maggio 18:30 - di Riccardo Angelini
Domina

Giù le mani dalla storia di Roma. L’ultimo caso, dopo gli assalti della cancel culture alla storia dell’antichità, nasce per la serie su Sky Domina, dedicata alla vita di Livia Drusilla, figlia di Marco Livio Druso Claudiano e moglie di Ottaviano Augusto. La serie segue il viaggio e l’ascesa di Livia, interpretata da Kasia Smutmiak, da ragazza ingenua, il cui mondo si sgretola sulla scia dell’assassinio di Giulio Cesare, a imperatrice più potente e influente di Roma, guidata da un profondo desiderio di vendicare il padre e di garantire il potere ai propri figli.

La critica alla serie Domina: Ottaviano come un babbeo, questa non è storia

Se ne occupa Mario Ajello sul Messaggero stroncando la serie che definisce “una spettacolarizzazione macchiettistica della storia, di cui non si sentiva il bisogno”. Il motivo? “Drusilla muove Ottaviano come una specie di babbeo”. E ancora: la figura di Livia,  «prima femminista della storia» è “una caricatura non solo lontana dalla verità ma anche dalla verosimiglianza”. Si tradisce il personaggio storico di Augusto che “viene fatto passare come una sorta di mammoletta, di maschio non alfa, comandato a bacchetta da una donna a lui superiore in tutto. Un belloccio un po’ effeminato, eccolo il futuro l’imperatore. E fu davvero così quel personaggio che ha fatto la storia del mondo? Ma figuriamoci!”.

Così si danneggiano le radici della cultura occidentale

Mario Ajello parla di disinformazione e spettacolarizzazione che non rendono un buon servizio alla memoria storica. “Questa ricostruzione femminista della storia di Roma – scrive – non solo è fuorviante e falsa ma danneggia, in nome del mainstream e del politically correct (ormai bisogna parlare così, con lo slang della modernità smemorata e inglesizzante: ma che pena!), il senso stesso dell’identità italiana e della cultura occidentale. Che possono essere tanto più forti quanto più fondate su una conoscenza non macchiettistica dei personaggi e dei passaggi storici. Se in nome della parità di genere si racconta Augusto come uno scendiletto svirilizzato della moglie Livia, si fa un torto alla verità dei fatti in ossequio a un’ideologia contemporanea”.

Tutto ciò è deprimente, conclude l’articolo sul Messaggero. Ormai l’offensiva contro le radici della civiltà europea è in pieno corso. Si demonizza tutto ciò che può essere condannabile come “suprematismo bianco” e opera di maschi oppressori. Ma la storia e la strumentalizzazione ideologica non possono andare d’accordo.

L’allarme degli storici francesi: vogliono cancellare Roma e Atene

Anche in Francia si dibatte su questi temi e gli storici hanno lanciato l’allarme con un appello su Le Figaro.  “Lo studio dell’antichità è dannoso. È quello che dicono oggi i professori di storia antica di alcune università americane. Un movimento che è partito da Stanford sta mettendo in discussione l’esistenza di queste discipline (i ‘classici’) nei campus, sulla base del fatto che impongono un ‘suprematismo bianco di ispirazione neocoloniale’”.  Ma attenzione, osservano gli storici francesi, “Gli autori greci e latini, schiavisti e ostili ai barbari, erano razzisti, conservatori, guerrieri, imperialisti e misogini? Se cancelliamo Atene e Roma è la Ragione che è ostracizzata (il logos greco) e la Legge che è bandita (i Codici romani)”. Lo studio dei classici va difeso dalle guerre fanatiche sulla scorta della celebre frase di Bernardo di Chartres: “Siamo nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane”.

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