Travaglio: “Damiano dei Maneskin è Draghi con la parrucca”. Livore e ossessione senza freni

venerdì 13 Agosto 15:35 - di Gabriele Alberti
Travaglio Draghi

Travaglio contro Draghi, un conto aperto. Criticare il premier e la politica del suo governo è più che legittimo, e ci mancherebbe; chi meglio di noi,  può negarlo. Fratelli d’Italia  è l’unico partito di opposizione e di argomenti di critica all’esecutivo ce ne sono, e di quotidiani, trattati giornalmente su questo sito. Che lo faccia Marco Travaglio andrebbe ben ugualmente, ovvio;  se non fosse per la scelta lessicale sempre estrema, sbeffeggiatrice, ridicolizzante, che toglie credibilità alla critica. Insomma, si può criticare anche con stile. “Che l’Eurovision non l’avessero vinto i Maneskin, ma Draghi con la parrucca di Damiano, era noto. Che a segnare e parare i rigori nella finale degli Europei non fossero stati i calciatori azzurri, ma Draghi, era assodato. E che fosse Draghi a guidare la mano di Berrettini a Wimbledon con la sola forza del pensiero, ma solo fino alla semifinale, si sapeva“. L’incipit dell’ editoriale sul Fatto quotidiano oggi in edicola, è un esempio evidente di un lessico da barzelletta.

Draghi e il lessico di Travaglio da commedia dell’arte

Un linguaggio che tradisce un’ossessione. A leggere gli editoriali di Travaglio, a prescindere contro chi indirizzi i suoi veleni, sembra di essere catapultati nel canovaccio di una commedia dell’arte: le persone (i politici) sono “personaggi”, macchiette, smesso non hanno nome; indicati con un nomignolo, un soprannome, ovviamente offensivo. A partire da “B”, con il quale indica di non volere neanche chiamare per nome Berlusconi. Per proseguire con Matteo Renzi, anch’egli indegno di essere nominato, e appunto da lui citato come l ‘ Innominabile”. Draghi diventa “lo Zelig dei Parioli”. Passando poi ai  colleghi giornalisti, “Minzolingua” è poi il nomignolo affibbiato ad  Augusto Minzolini, direttore del Giornale. Reo di non pensarla come lui e in automatico, passato nella schiera dei giornalisti- lacchè. Potremmo andare avanti.

Travaglio ossessionato dal “fantasma” di Conte

La critica politica intinta nel pennino dell’insulto toglie vigore agli stessi rilievi che vengono posti. Buttarla in caciara e in burletta diventa un esercizio di stile, un virtuosismo buono per una sceneggiatura teatrale. A ben vedere è un lessico che tradisce la profonda avversione-ossessione per una fase politica che ha disarcionato il suo “eroe” Giuseppe Conte. Anche oggi alla lettura dei quotidiani che indicano come: “È grazie alla fiducia ispirata da Draghi che l’Italia ha ottenuto i miliardi del Pnrr” , Travsglio ha un rigurgito di bile: “Ohibò: a noi pareva – leggiamo sul Fatto- di ricordare che li avessimo ottenuti 13 mesi fa quando, senza offesa per nessuno, il premier si chiamava Giuseppe Conte…”. Anche in questo caso ricostruisce in un clima da epopea cavalleresca il clima in cui l’ex premier operò: “Convincendo i riottosi con interviste e vertici bilaterali, infine battendosi per quattro giorni (e notti) nel Consiglio Ue più lungo della storia (17-21 luglio ’20)”.

La politica ridotta a commedia grottesca

La politica sembra diventare una commedia, come quando aggiunge i toni umoristici: “Ora invece apprendiamo da Rep, che cita una frase mai scritta dal FT, che a Palazzo Chigi c’eragià Draghi, sia pure camuffato da Conte;  col ciuffo posticcio e la pochette a tre punte: un travestimento così somigliante che gli altri 26 leader non lo riconobbero e seguitarono a chiamarlo Giuseppe, senza che lo Zelig dei Parioli facesse un plissé. Una sceneggiatura teatrale che continua così: ” Lui poi, schivo com’ è, celò la sua vera identità anche durante la standing ovation in Parlamento, lasciando che Conte si prendesse tutto il merito”. La mancanza di obiettività gli fa velo quando continua a magnificare il duo Conte-Arcuri sui vaccini. “Sempre grazie all ‘allegra joint venture con FT, Rep gli intesta pure il presunto miracolo dei vaccini: ‘l’Italia è partita a rilento, ma adesso è avanti a Germania e Francia”.

Tavaglio: “Nel 1861 il conte Camillo Draghi proclama l’Unità d’Italia”

E’ così, effettivamente, ma Travaglio non lo ammetterà mai. “Ma ormai il giornalismo si è definitivamente separato dai fatti per diventare un fenomeno mistico”, scrive. I suoi colleghi e avversari potrebbero dire altrettanto di lui, soprattutto quando chiosa: “Nel 1861 il conte Camillo Draghi proclama l’Unità d’Italia; nel 1918 il generale Armando Draghi sbaraglia gli austroungarici a Vittorio Veneto; nel 1945 il Comitato Draghiano Nazionale, al fianco degli Alleati, libera l’Italia dal nazifascismo. Sempre sia lodato”. Non sempre si può ridurre tutto a una barzelletta. Sipario.

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