La storia non si cancella (ma solo se è comunista): l’ipocrisia della sinistra su Stalingrado e il resto

venerdì 20 Agosto 17:21 - di Adriana De Conto
Stalingrado sinistra
“Restituire Stalingrado al suo nome”. Tutti applaudono. In vista delle parlamentari di settembre, il partito “Russia Giusta” ha promosso un sondaggio nel Paese per ribattezzare la città di Volgograd: il  68% sono stati i favorevoli, il 28% i contrari. L’iniziativa ha riacceso un antico dibattito e anche in Italia interviene a favore del ritorno all’antico nome di Stalingrado  Paolo Franchi sul Corriere della Sera. La  firma di punta del quotidiano di via Solferino commenta favorevolmente l’idea con un  lungo e dotto articolo in cui spiega che è ora di finirla,  la cancel culture è un fuor d’opera. “Quel cinquantadue per cento di russi non più giovanissimi che riguarda Stalin, se non proprio il padre dei popoli, un leader e uno statista degno di ammirazione e di rispetto”.

La critica alla cancel culture vale solo per Stalingrado?

Ma quanto sono ipocriti a sinistra. Ridare a Volgograd il nome di Stalingrado sarebbe un gesto, dunque, contro la cosiddetta cultura della cancellazione che impera.  “Perché non c’è dubbio- scrive Franchi- che Stalin fu un feroce tiranno, e costruì un sistema spaventoso. Non c’è dubbio, però, anche sul fatto che in poco più di sei mesi a Stalingrado cambiò la storia d’Europa e del mondo; grazie al colpo decisivo inferto dall’Armata Rossa alla potentissima macchina da guerra del Terzo Reich. E che da Stalingrado vittoriosa partì un moto (non solo militare, ma pure politico e ideale) di riscossa destinata a non fermarsi sino alla conquista di Berlino e anche assai oltre”. Insomma, anche se Stalin è  un “feroce tiranno”, il solo fatto che abbia comunque fermato la macchina da guerra di Hitler, vale una “medaglia”:  l’ intitolazione di una città. O meglio il ripristino di un nome che fa parte della tradizione storica del popolo. Anche se per molti Stalin rappresenta tutt’altro.

Dibattito su Stalingrado: criticare la cancel culture ma senza pregiudizi

Provocazione per provocazione, questo criterio vale per tutti i dittatori, per tutti i poeti, i libri e i film messi al bando in questi anni? La domanda nasce spontanea  perché da tempo assistiamo a  “cancellazioni” in nome del politicamente corretto a cui plaude la sinistra radicalal chic. Anche il Sommo Poeta Dante Alighieri ha dovuto pagare il suo pesante e grottesco tributo all’epurazione di massa dalla cultura, per via dei suoi versi su Maometto nella Divina Commedia. Napoleone Bonaparte è finito sotto la mannaia dell’Inquisizione mainstrem perché “sessista e colonialista”. Eppure anche lui ha segnato fortemente la storia. I classici latini e greci vengono in parte oscurati e annullati in atenei di prestigio. Le statue di Cristoforo Colombo si abbattono negli Usa. Viene oltraggiata la statua di Montanelli a Milano.

La cultura della cancellazione ha fatto strage

Vengono banditi film e romanzi che sono  nel cuore delle persone; persino la torta di mele viene bandita perché è frutto del colonialismo e della schiavitù. Su queste follie non c’è una corrente di opinione che si mobilita contro la cancellazione di storie – belle o drammtiche che siano-  usi e costumi, patrimoni culturali, personaggi della storia, della politica del giornalismo. Allora, se avere cambiato nome a Stalingrado è stato un errore antistorico, allora è un errore antistorico sempre. Se è un errore cambiare nome alle vie, alle città, alle piazze, lo deve essere per chiunque. Indipendentemente dai nomi, dai “gusti”, dalle letture storiche. Anche la cancel culture non vuole pregiudizi. O è da reazionari ottusi pretendere un po’ di equilibrio e coerenza?

“La questione di Stalingrado è un banco di prova”

Franchi racconta che quando si decise di cambiare nome a Stalingrado ci fu “la reazione, tra il perplesso e il contrario, di molti europei che comunisti proprio non erano. Riferì il 17 novembre 1961 il Corriere – scrive- che i cittadini di Coventry, la città martire della resistenza britannica ai tedeschi, di nuove denominazioni non volevano proprio sentir parlare: «Quel nome (Stalingrado, ndr ) ha ormai acquistato un significato ben preciso, carico di ricordi , per gli abitanti della città inglese. Volgograd invece non significa un bel nulla». Per capire il loro disagio, continuava il corrispondente, bisognava ricordare «che la furia iconoclastica, che muta la denominazione di strade o località geografiche, risulta del tutto incomprensibile al popolo britannico”. Bene. Allora facciamo nostra la domanda che si pone Franchi a chiusura dell’articolo. “Sarebbe ottima cosa se potessimo fare nostro, nel 2021, il modo di ragionare degli abitanti di Coventry di sessant’ anni fa; e lo applicassimo in chiave universalistica. Da questo punto di vista, la questione di Stalingrado è un banco di prova. Forse più per noi che per Putin”. Prendiamo alla lettera lo slancio intellettutale di Franchi. Perché da queste premesse non possono esserci che azioni conseguenti, se la logica non è un’opinione.

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