L’eredità di De Donno, alla faccia degli scettici: “La sua terapia col plasma può battere la variante Delta”

mercoledì 28 Luglio 17:50 - di Lucio Meo

Il suicidio del dottor Giuseppe De Donno è arrivato inatteso, inspiegabile, se non con teorie complottiste di scarsa credibilità. Ma quale eredità scientifica può aver lasciato il medico di Mantova? Importante, forse decisiva. “Con la circolazione delle varianti di Sars-CoV-2, donatori di plasma guariti da malattie provocate da varianti sono donatori potenzialmente molto utili, perché è molto probabile che quel plasma iperimmune abbia gli anticorpi diretti contro la variante che ha infettato il donatore”. Lo dice all’Adnkronos Salute il virologo Francesco Menichetti, primario di Malattie infettive dell’ospedale di Pisa e coordinatore nazionale dello studio sul plasma iperimmune contro Covid-19.

De Donno e la terapia del plasma: cosa dice la scienza ufficiale

Insomma la terapia con il plasma iperimmune potrebbe tornare a essere usata contro le varianti? “Io penso che la raccolta di plasma iperimmune, se viene proseguita, è sempre un fatto positivo e potenzialmente utile”, sottolinea Menichetti. “E’ sempre importante – conclude – perché le cose hanno la loro evoluzione e poi si vedrà”. Ma perché allora è stata accantonata contro il Covid, nonostante le insistenze di De Donno? “Ci siamo fermati perché la letteratura scientifica prevalente non ha accreditato il plasma di risultati tangibili, o meglio ne ha identificato la potenziale utilità soltanto nelle fasi molto iniziali dell’infezione e in un contesto di utilizzo anche complesso. E poi la comparsa dei monoclonali è evidente che gli ha fatto un po’ di concorrenza”, aggiunge Menichetti.

Ma il plasma funzionava? “La letteratura è ampia”, risponde Menichetti. “Forse il più grande studio che è stato pubblicato sul plasma – ricorda – è quello inglese sulla piattaforma Recovery, in cui su 10mila pazienti 5mila sono stati trattati con il plasma e 5mila senza, e non si coglie nessun vantaggio in termini di diminuzione della mortalità. Questi sono poi gli studi che determinano i destini delle cure. Ciò non toglie – avverte il medico – che giudizi sommari di assoluta inutilità del plasma non sono corretti. Io non li condivido. Liquidare il plasma come inutile e inefficace è scientificamente inaccettabile. La questione è più complessa”.

L’onda del sospetto viaggia sui social

Molti sui social sostengono, anche in queste ore, che a pesare sullo stop sia stato il fatto che il plasma è gratuito mentre con monoclonali e vaccini si guadagna. C’è del vero? “No, direi assolutamente no. I ricercatori – sottolinea Menichetti – devono saggiare le ipotesi, verificarne la consistenza. Se poi colgono che non ci siano elementi sufficienti per dimostrare vantaggi ed efficacia, si rivolgono ad altri strumenti sempre con atteggiamento critico, con l’atteggiamento del ricercatore. Quelle sono considerazioni che non ci interessano e non ci appartengono”.

Dopo di che “è vero, è un dato oggettivo – prosegue il virologo – che il plasma è frutto di donazione e che i monoclonali poi alla fine sono stati isolati dal plasma iperimmune. Questo bisogna conoscerlo: è l’immunoterapia passiva. Una è una terapia policlonale e invece quella proposta dall’industria farmaceutica è monoclonale, ovvero con un bersaglio più preciso. Però anche sui monoclonali – rimarca il primario di Pisa – c’è ancora molto da approfondire e da studiare. Sono stati presentati come l’arma fine del mondo, ma ce ne corre. Possono anch’essi giovare se sono usati precocemente in persone a rischio, ma ancora abbiamo bisogno di consolidare l’evidenza. Anche perché i monoclonali approvati da Aifa in Italia mi pare siano stati prescritti a poco meno di 7mila persone, quindi non parliamo di grandi numeri”.

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