Le Gattoparde, una saga siciliana al femminile tra i profumi e le memorie di Villa Piccolo

lunedì 12 Luglio 18:47 - di Adele Sirocchi

La storia della Sicilia a cavallo tra Ottocento e Novecento sta conoscendo una rinnovata stagione di fioritura editoriale. Lo dimostra il successo della saga della famiglia Florio con i due volumi già usciti di Stefania Auci, I leoni di Sicilia e L’inverno dei leoni. Non meno interessante il titolo da poco edito da Giunti, Le Gattoparde, (pp. 312, euro 16,90). Nel quale Stefania Aphel Barzini racconta le vicende delle eredi della baronessa Teresa Tasca Filangeri di Cutò. Attraverso i ricordi della figlia Agata, straordinaria aristocratica che organizzò a Villa Piccolo un giardino mirabile e fu esperta di gastronomia, si snoda una storia familiare nella quale protagoniste sono le intense passione vissute dalle discendenti di casa Tasca.

Le vicende della Sicilia a cavallo tra Ottocento e Novecento

Sullo sfondo il lettore ripercorre le vicende della Sicilia dalla Belle Epoque ai disastri della guerra. Il romanzo Le Gattoparde descrive una generazione – come scrive nella prefazione Fabrizia Lanza – ostile al cambiamento, “come se quella generazione si fosse fermata al secolo precedente e solo lì trovasse alimento al proprio presente”.

Il punto di vista femminile

Ma è il punto di vista femminile a dare il carattere speciale alle pagine del romanzo: le storie tragiche di Teresa, Lina, Beatrice, Maria e Giulia vengono raccontate per la prima volta in modo approfondito e documentato. E’ Agata a fare rivivere il loro mondo, quello di mammuzza Teresa, quello della zia Beatrice, sposa di Giulio Tomasi principe di Lampedusa, la zia Lina morta a causa del terremoto di Messina sotto le macerie del palazzo nobiliare dove viveva con il marito Francesco Cianciafara e poi la sfortunata Giulia, la cui sorte tragica a Roma divenne uno dei principali casi di cronaca nera del tempo. E infine la zia Maria, rimasta nubile e malata di nervi.

Villa Piccolo immersa nell’immobilità

A questa generazione succede quella di Agata e dei suoi fratelli, Lucio e Casimiro e del cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ma la tendenza di questa aristocrazia siciliana è sempre la stessa: coltivare con orgoglio le memorie familiari, inseguire hobby e sogni che li allontanano dal presente (la botanica e la cucina per Agata, l’esoterismo per Casimiro). Villa Piccolo è una dimora immersa nell’immobilità.

Un racconto di donne forti e uomini fragili

“Mammuzza la sera suona il piano e gli echi della sua musica si allargano nelle stanze, persino i cani e i grilli quando lei suona, tacciono. Io leggo e lavoro all’uncinetto. La casa è pervasa da una strana malinconia, una pigrizia fatta di sogni e letture. Sembra sospesa nel tempo”. Tutto ciò che a Villa Piccolo ha avuto vita va cristallizzato nell’eterno: non a caso anche i cani e i gatti che lì hanno vissuto hanno il loro cimitero. Tutto, ogni lite, ogni speranza, ogni progetto è raccolto nella scatola dei ricordi che Agata apre prima della fine, per dare voce alla saga familiare.

Un racconto di “donne forti” e di “uomini fragili”. “Uomini che nella vita non hanno fatto altro che assistere fiacchi al disfarsi al sole di patrimoni favolosi” e “donne di temperamento, non brutte, non stupide, innamorate di se stesse, colte, passionali e sfortunate”. Le cui storie, con questo libro, escono dall’ombra.

 

 

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