Giustizia, Conte non rassicura Draghi: «Senza modifiche è difficile votare la fiducia»

martedì 27 Luglio 18:50 - di Valerio Falerni
Conte

Due volte in poche ore da via Arenula a Palazzo Chigi. Il viavai tra ministero della Giustizia e sede del governo della guardasigilli Cartabia è l’indizio più palpabile della difficoltà della trattativa sulla riforma del processo penale. A ingombrare di ostacoli la strada è soprattutto l’esigenza di Giuseppe Conte di impedire al ministro di ridurre a coriandoli la legge Bonafede e poi, forte di tale risultato, di essere incoronato online capo dei 5Stelle. Contro tale obiettivo congiura però la tempistica. Draghi è infatti intenzionato a far passare la sua riforma almeno in un ramo del Parlamento prima della pausa estiva. Il testo è ora incardinato presso la commissione Giustizia di Montecitorio. Venerdì arriverà in Aula, che lo voterà lunedì con il ricorso alla fiducia. L’incoronazione di Conte avverrebbe qualche giorno dopo.

Conte prende tempo

È di tutta evidenza che un fiasco nella trattativa lo zavorrerebbe fino a consigliargli di accantonare ambizioni di leadership. Tanto più che gli ex-grillini raggruppati sotto la sigla di Alternativa C’è sono in spasmodica attesa di un passo falso. È il motivo per cui Conte fa la spola tra le commissioni Giustizia di Camera e Senato. Il primo tempo della partita si gioca lì, soprattutto in quella di Montecitorio. L’obiettivo del governo è far votare il testo al massimo domani così da poter acquisire anche i pareri delle altre Commissioni competenti. A questo punto ad arrivare in Aula sarebbe il ddl Cartabia. Diversamente, resterà la legge Bonafede con il suo insidioso carico di emendamenti e di voti segreti. Oggi Conte ha detto di «non prendere neanche in considerazione un “no“ a modifiche».

«Mafia e terrorismo punti irrinunciabili»

Significa – e lo ha dichiarato davanti ai deputati – che di approvare la riforma a testo immutato non se ne parla. Poi si barcamena e assicura: «Ce la sto mettendo tutta». L’ex-premier ha fissato l’asticella della mediazione puntando ad escludere dalla «improcedibilità» i reati di mafia, terrorismo e corruzione. In realtà, i primi due viaggiano già su corsie preferenziali e raramente si estinguono per prescrizione. Il problema, però è politico. L’eventuale “” di Draghi agli emendamenti grillini autorizza implicitamente gli altri a presentarne.

Bocciato l’emendamento di FI sull’abuso d’ufficio

Forza Italia (che oggi ha registrato la defezione dell’on. Giusi Bartolozzi) se n’è già visto bocciare uno in commissione finalizzato ad estendere l’ambito della riforma anche all’abuso d’ufficio. È una misura attesa in particolare dai sindaci. Pd, M5S e Leu l’hanno affossata con il pretesto che si sarebbero allungati i tempi della riforma. Singolare motivazione dal momento che a bloccarla sono i 961 emendamenti grillini. Il tempo stringe: un testo di mediazione o arriva domani o si andrà in Aula senza rete. E non è escluso che sia proprio questo l’obiettivo di Conte.

 

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