Saman, Natalia Aspesi: “Le famiglie islamiche non si rendono conto che qui il mondo è un altro?”

giovedì 10 Giugno 13:04 - di Alberto Consoli
Saman

Un articolo molto coraggioso di Natalia Aspesi. Che  ha ammesso che l’Islam con la tragedia di Saman Abbas c’entra eccome. La giornalista di lungo corso e scrittrice si aggiunge a sinistra nel dare un’opinione fuori dal coro, in assenza di voci politiche ufficiali.  Prima di lei lo aveva fatto Ritanna Armeni,  che ha dato una strigliata alle femministe silenti sulla ormai probabile uccisione della giovane pakistana.

Saman, Natalia Aspesi apre gli occhi alle femministe

Su Repubblica la Aspesi non ha nascosto l’arretratezza del Pakistan. Ha sottolineato l’ irriducibilità della tradizione patriarcale musulmana. Ma ammettere che in questa occasione le femministe si siano dimostrate lontane dalla vicenda non è poco. Dopo un mese e più dalla scomparsa della ragazzaDobbiamo dire grazie – scrive – a un ragazzino di 16 anni, al fratello di Saman se ha acceso una luce su quanto accaduto alla sventurata sorella. “La vita di una ragazza non vale nulla, quella di una figlia ancora meno, se rifiuta il ruolo di merce che serve a uno scambio vantaggioso: non per lei certo che non ne ha diritto, ma per i suoi genitori, o meglio per suo padre. Il  padre padrone (anche gli italiani sino a cent’ anni fa) per la grande famiglia lontana distribuita nel loro Paese; per mantenere una tradizione patriarcale che nessuno, donna ma anche uomo, riesce a infrangere;  per rafforzare l’Islam, per non scomparire cancellati da una cultura per loro esecrabile“. E’ uno dei passaggi dell’articolo della Aspesi su Repubblica.

Saman “sotto gli occhi feroci dei guardiani della fede”

Si pone una domanda: perché queste «famiglie che arrivano in Europa non si rendono conto che qui il mondo è altro?». E ha chiesto ai nostri amministratori: «Forse imporre una diversità di regole, se no via». Ancora: ” Tante nel tempo, le cose-donna come Saman, che disubbidendo alla legge del Padre perdono il diritto di vivere, qui nel Paese dove le hanno portate per trovare loro, i padri, lavoro e vita, ma non per lei, che resta rinchiusa nella prigione dentro cui è arrivata, sotto gli occhi feroci dei guardiani della fede:  il padre e la madre, suddita anche lei, quindi impossibilitata a difendere la figlia come non può difendere se stessa”.

Saman, Aspesi: “Il padre e la madre sentiranno l’orrore di quella esecuzione?”

“Quali pensieri aveva Saman, quanta paura e rassegnazione e orrore e disperazione e odio e impossibile speranza aveva mentre la conducevano al patibolo, alla lapidazione delle sue leggi, a una morte certa”? L’editorialista si pone domande, tante domande. La risposta risiede una malintesa e ipocrita integrazione di cui si ammantano intellettuali e politici che la Aspesi conosce bene.  Si chiede la Aspesio pensando aiu genitori si Saman: “Non ne sentiranno la mancanza, si sentiranno senza colpa; soddisfatti di aver compiuto il loro dovere? O forse capiterà talvolta di sentire il peso della sentenza criminale, l’orrore di quella esecuzione?”.

“Le famiglie islamiche non possono isolarsi nelle loro tradizioni”

“Immagino che ci siano differenze culturali e di vita tra i Paesi islamici. E il Pakistan è tra i più popolosi e poveri e oscurantisti: Shabbar, il padre di Saman, è arrivato qui 15 anni fa, lei 5 anni fa. Io non ne so niente di tutte queste vite che non vediamo, di cui non sappiamo nulla, che lavorano per noi restando stranieri in tutto; che difendono l’esclusione con i loro miti, la loro cucina, le loro usanze. Usando questo Paese che li usa, incapaci o contrari a cambiare, ad accettare regole per loro inaccettabili”. La Aspesi si fa delle domande a cui onestamente dichiara di non sapere rispondere. “Prché queste famiglie che arrivano in Europa per lavorare non si rendono conto che qui il mondo è altro, anche se non nemico? Che non possono isolarsi nelle loro tradizioni, che le leggi sono diverse e anche i rapporti tra persone?”. Perché, scrive, non accettano “che la libertà è di tutti anche di una figlia e di un figlio educati all’Islam, anche se difficile per tutti, compresi gli italiani?”.

 

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